La brutta guerra degli Indù
Posted by Beatrice on August 26, 2008
Mi ero distratta, ultimamente, così mi è toccato risvegliarmi bruscamente stamattina nell’apprendere che mentre noi eravamo impegnati nella solita vita privata, nel privato delle nostre meditazioni e delle nostre malinconie, era scoppiato un tumulto, in India, in cui ha perso la vita una religiosa, in attesa dell’inevitabile escalation. La guerra dei “fanatici” Indù, dicono i giornali. Anche questa volta, sotto accusa sono Dio e i suoi devoti, mai si dovesse pensare un uomo pio e la sua pietas come altro che fame atavica di sopraffazione e di vendetta.
Non ho, in questo momento, tutti i dati a disposizione per raccogliere anche soltanto un profilo della frizione che oggi ha ucciso una suora. Ho la sensazione di non voler andare in India; ho il ricordo che una volta, una avveduta signora cristiana mi consigliò caldamente di trasferirmi là al più presto, e non capivo perché; ho la percezione che l’India sia già troppo Occidente, per me, fanatica Indù, se oggi scoppia una guerra di stampo comunalista e quindi global.
Più o meno mentre in Italia la madonna piangeva sangue a Civitavecchia, in India, una statua di Ganesh beveva latte. Un anglo-indiano, Thackeray, che non fa lo scrittore, salì su un palco e gridò a una folla eterogenea che la rinascita era incominciata che gli indù si sarebbero riappropriati dell’India. Thackeray è un uomo pio perché crede che la statua abbia bevuto, e lo sono improvvisamente i suoi seguaci. Tra il 1992 -93 almeno mille persone perdono la vita negli scontri tra hindu e musulmani e il bilancio negli anni ha continuato a crescere. Non c’è nulla di Indù in tutto questo. Se si vuole, una recente intervista a Lal Kishen Advani [1], leader della destra Indù, spiegherà con nitore che il problema è squisitamente identitario, e l’identità è un problema moderno, o meglio, coloniale.
Nessuna istanza identitaria informa i tradizionalissimi discorsi di uno shankaracharya di enorme carisma che fu Chandrasekharendra. L’identità è già data, occorre che l’indù agisca e si riconosca di conseguenza, che non si faccia corrompere dalle illusioni occidentali. Ma è la visione di un dio-che-cammina. Cammina e parla per quasi cento anni, Chandrasekharendra, prendendo posizioni ferme, scomode e ultra-tradizionali, senza mai dimenticare né il contributo occidentale alla scoperta della filosofia indiana, né la differenza e il declino che questi hanno imposto con una società frammentata e sradicata, votata al successo materiale e alla desertificazione spirituale.
Egualitarismo cristiano e organicismo indù possono incontrarsi? Lo credevano i missionari dell’800, lo credevano gli orientalisti del secolo scorso. Lo crede anche Henry Kissinger, che nel ’71, colto dalla brama di farla pagare a “quella vecchia strega” della signora Gandhi sostiene Yahia contro l’indipendenza del Bangladesh e fa precipitare dici milioni (dieci milioni!!) profughi sulla già caotica e inondata Calcutta, senza nulla, senza casa, senza nessuno che possa occuparsi di loro. Una task force di suore cattoliche corre a tamponare l’emergenza e l’emergenza diventa il ritratto dell’India che arriva in mondovisione, tra i banchi di scuola quando si studia la geografia, nelle raccolte di fondi per un popolo che, oppresso dalle superstizioni ataviche e crudeli, non riesce a sfamare i suoi poveri e a curare i suoi malati.
Ma gli indiani non temono, Madre Teresa è già nel pantheon delle madri divine, Cristo un maestro dalla spiritualità straordinaria; si tolgono lo straccio con cui mantenevano la purezza rituale davanti a un lebbroso, e la scuola della carità fa scuola, impone un a nuova svolta cristianizzatrice, dopo quelle riformiste, che inventa i Sewa, i tanti organismi che, nel bene e nel male, si sono occupati di riempire i vuoti di un welfare che fatica a tenere a bada un miliardo e mezzo di persone. Tutto può diventare indù. Tutto, anche se qualcuno deve restare se stesso, quello che è sempre stato. I tribali, ad esempio, preda prediletta delle missioni civizzatrici-redentrici dei nostri giorni.
A disconfermare che le idee naziste sulla razza provengano da oriente, come vorrebbe il santo padre, c’è l’evidenza del fatto che sul territorio indiano siano sopravvissuti, indisturbati, centinaia di gruppi etnici, razziali e religiosi completamente autonomi rispetto al contesto indo-”ario”, spesso conservando per un numero di millenni imprecisabile usi, costumi e storie probabilmente paleolitiche. Sono i Pongal, i Santal, gli Andamani (famosi per salvarsi misteriosamente dallo tzumani del 2006) e moltissimi altri. Vivono per lo più nel folto della foresta o ai suoi margini. Facevano i raccoglitori stagionali per gli inglesi, poi tornavano nel folto, non prima di aver speso tutto il salario in sonore bevute; raccontano storie mitologiche che fanno scompisciare e riempiono i libri degli antropologi, hanno regole d’amore e di consuetudini che sembrano sogni. Si sposano quando un ragazzo e una ragazza, durante la festa del raccolto, si danno la mano e si vanno a infrattare nel bosco. La loro perfezione bucolica ha superato ogni contingenza della storia. La loro continuità è stata protetta dai tabù della separazione e dell’endogamia delle caste.
Satyajit Ray, il più illuminato conoscitore dell’India, li ritrae in “Sette giorni nella foresta” (1970), il film dell’iniziazione dei giovani leoni della classe media. Nella foresta abitano i tribali, distillano e bevono un liquore micidiale, hanno donne bellissime e libere, di giorno lavorano e poi si ritrovano in bettola. Se un giovane di città ha finito l’università e si avvia ad affrontare una vita di impieghi statali e matrimoni combinati, prima di incominciare passerà sette giorni, con i suoi migliori amici, nella foresta con i tribali, si ubriacherà, si innamorerà, forse si meriterà una botta in testa e poi tornerà alla vita che gli è destinata.
V’è un seguito al film di Ray, è degli anni ’90, e ci interroga sul cosa è accaduto nel frattempo. Gli stessi amici tornano nella foresta dove andarono vent’anni prima, ma ora sanno che devono avere paura. “Non sono più luoghi sicuri per gente della nostra classe” dice la moglie di uno di loro. E un signore sibila, durante la conversazione post-prandiale: era meglio quando c’erano gli inglesi, loro sapevano far funzionare l’India. Affermazione grave. Gli inglesi avevano capito le differenze, per esempio facevano raccogliere il tè ai nepalesi, aggiunge. Ora, nessuno sa più cosa deve fare.
Per sapere cosa è accaduto in quelle zone rurali si legga Vandana Shiva, e si ricordi, il fisico, lo scienziato, la progressista, l’ecologista, ha quella grossa macchia rossa sulla fronte. Non è un problema dermatologico.
Un’altra visione delle vituperate differenze, della strana cosa che distingue casta e fuori casta, ce la dà l’occhio puro e curioso di P.P. Pasolini in “Appunti per un film sull’India“. Ha chiesto anche altre cose, agli indiani, ma poi non può fare a meno di indagare la loro coscienza di classe. E va ad intervistare degli operai, di estrazione probabilmente “sudra”, che vivono nella loro bruttina ma solida casa di mattoni. Ma quale coscienza? qui non c’è nulla, gli dicono, in pratica, né speranza né futuro, neanche destino. Non servono un Raja o un dogma, servono già la macchina, l’industria, l’invalicabilità della produzione. PPP sembra perplesso. C’è poi per strada un bellissimo ragazzo, adolescente, con un sorriso formidabile e i gesti rapidi, che lo colpisce, vende cianfrusaglie su un banchetto improvvisato. I passanti ammoniscono il Regista che si tratta di un intoccabile, ma poi faccia come crede. Il sorriso del ragazzo non lascia dubbi, diventerò ricco, certo, dice, chiunque lavori duramente può diventare ricco. Probabilmente la vita avrà limato, come a tutti noi, quel sorriso ottimista. Ma probabilmente tra queste aspirazioni giuste e la loro assenza, sbagliata, si è inserito ancora qualcosa, potente come una semenza geneticamente modificata.
Qualcosa che fa pensare di poter cavalcare, nel tumulto della folla, la tesi dell’aggressione, dell’aggressione occidentale all’India, la terza colonizzazione, la chiamano, quella cristiana. Comunque sia andata, chiunque oggi si senta aggredito, l’occidente ha invaso prepotentemente i comportamenti e la rappresentazione di sé degli indiani, imponendo un’identità religiosa, una formula vuota e uguale per tutti, azzerando differenze che erano vitali per la sopravvivenza dell’ambiente umano e naturale.
Qualche anno fa, poi, qualcuno ha lasciato il cadavere di un uomo all’ingresso di un Math molto autorevole. Ha fatto sì che le due massime cariche dell’istituzione fossero incarcerate, e tratte in arresto durante lo svolgimento di una celebrazione solenne, con enorme scandalo. La politica nazional-religiosa ha potuto così sovrastare l’autorità spirituale, regalando campagne, cauzioni, avvocati, stampa. Liberi su preziosa cauzione, oggi, i rappresentanti della tradizione autentica, girano sorridenti tagliando nastri alle inaugurazioni. Chi aveva protetto la differenza essenziale, unificando la diversità nell’unità, non nell’omologazione, deve solo pensare a salvare se stesso.
Dice mio padre che Montanelli ha scritto che la Chiesa impedì l’unificazione dell’Italia sotto i Longobardi. Dice perciò, mio padre, che la Chiesa è il fattore principale della disunione degli italiani, dell’individualismo che li permea. Diceva Marx che l’India è un’Italia di proporzioni asiatiche.
Ma questo non è un pezzo politico. Non sono fautrice del casteismo, o del tradizionalismo, non sono fautrice di nulla, non sono d’accordo con nessuno. Adoro le suore, dalle suore ho vissuto gli anni più luminosi della mia infanzia. Adoro la suora che durante un meeting interreligioso rilesse le vite di Benedetto e Scolastica, accompagnando il suo intervento con un incontenibile pianto dirotto, per tutta la durata. L’armonia dell’asilo delle suore, il pianto della religiosa assorta nella vita del suo fondatore, sono lo Spirito che riconosco Perenne, dell’universale e dell’umano.
Occorre per questo che chi aspira alla Verità non ritenga che colonialismo e orientalismo siano argomenti da sbrigare in un’ora, ma che invece se ne accresca la coscienza dismisura, paradigma e soluzione di ogni discriminazione filosofica si voglia intraprendere sulla nostra auto-coscienza e sentimento del sacro.

[1] Hindutva as cultural nationalism
The last question: on Hindutva. You have written a great deal on it in terms of ‘cultural nationalism.’ You have been charged with majoritarianism and worse. In response to the contemporary situation, what is your summation of Hindutva?
Majoritarianism is a word coined: it can be applied to America, it can be applied to every democracy. But the fact is that in India political parties, after Partition, came to the conclusion that even though India has been divided on the basis of Hindu and Muslim, we would like it to be a successful democracy. So let us run the government, run the country through this process of elections and vote.
In the process, however, some people discovered that Hindus are not a homogeneous community: they are divided into castes, they are divided into languages, and their identity is more related to that caste or language than to the fact that they are Hindus. In the case of Muslims, it’s different. In that case, it is the religious identity which is predominant. Therefore, if you want to get votes, you try to mobilise vote banks – casteist, linguistic vote banks in the case of the Hindus, religious vote banks in the case of the Muslims or the Christians. That is the reason why all this came in.
So far as we are concerned, we have held that . it was my first party general secretary, Deendayal Upadhyaya [1916-1968], who taught us that in India, Hinduism is not the name of a religion. It’s more of a national connotation. I was just reading an old book by that famous historian of philosophy, Will Durant. It was banned by the Britishers. Because it was Will Durant’s The Case for India [Simon and Schuster, New York, 1930], an excellent book about how the Britishers tortured India, what they did here. But in that he again and again uses the word ‘Hindu.’ ‘I have not consulted any Hindu while writing this,’ meaning I have not consulted any Indian. For him, Hindu and Indian are totally synonymous.
I was telling you about Deendayal Upadhyaya, who has been the greatest influence on me, in terms of conduct as well as in terms of my thinking. He said: ‘In independent India, we want India to be a secular country in which all citizens are equal. Hindutva should be equated to Bharatiyata. Bharatiyat is a Hindu. Indianness and Hindutva are synonymous. Don’t make a distinction between the two. It should mean nationalism essentially.’ Therefore it is that I grew up with cultural nationalism. (L.K.Advani, intervista su “The Hindu”, Luglio 2008)
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Carla ha scritto:
sì, anche per me è stata una sorpresa questa notizia: ma come gli induisti che fanno questo tipo di azioni, quando, da come credevo di sapere, la loro religiosità abbraccia tutti?
mi è rimasta quella sensazione di spaesamento che viene quando ti fidi di un qualcosa, verso cui nutrivi molto rispetto, e ora ti accorgi che forse sta cambiando.
il mio è un commento molto banale Beatrice, non ho abbastanza conoscenze per stare a disquisire in merito.
però volevo condividere la tristezza.
Beatrice ha scritto:
Infatti, probabilmente, la religione – intesa come forma dello spirito umano e condivisa nel profondo, affratellante – sta scomparendo dal pianeta, completamente divorata dalla politica, dal populismo. Mi interrogo su quale sia lo spazio della spiritualità, o della devozione, a parte quello individuale. Se ce ne può essere altro.
a. ha scritto:
mostruosa visione di un mondo fatto solo di individui privi di legame con il divino, con la terra, impossibile. non c’entra con quello che scrivi, forse. mi fai riflettere, ultimamente mi manca. grazie.
Beatrice ha scritto:
C’entra, c’entra. E’ proprio questo…
Grazie a te. Benritrovata. :*
connie ha scritto:
Corruzione occidentale – la materia che ingloba, fagocita, esaspera; la smania di possesso è un virus dilagante privo di arginante nemico naturale. Dev’essere congenito alla natura umana dal momento che contamina qualsiasi civiltà cui viene a contatto. Dalle calate barbariche in italia, smaniosi della richezza romana – anzi, dalle invasioni Hyksos in Egitto, e chissà quant’altro prima…
connie ha scritto:
…interessante sarebbe arrivare alla radice delle motivazioni che spingono a questo, imho.
Beatrice ha scritto:
Da un punto di vista spirituale-vedanta (che non è quello della psicologia o della storiografia), che io sappia, si dice che piuttosto che arrivare alle motivazioni, si debba arrivare a riconoscere i movimenti di reazione che sono indotti dalle circostanze violente, avverse o negative, e in genere da tutte le circostanze, quindi abbandonarli. Soprattutto, poi, che si deve prestare la massima attenzione a non commettere direttamente azioni violente o errate.
Beatrice ha scritto:
Un po’ di documenti in rete sulla storia e la questione Hindutva, in italiano:
-Introduzione al postcolonialismo di Robert J. C. Young:
http://books.google.it/books?id=hJ86Qf9S0aIC&pg=PT72&lpg=PT72&dq=hindutva&source=web&ots=Xp93b936Gg&sig=Hgp0GGXV2PdtE7Iyoz5yO3JWEnM&hl=it&sa=X&oi=book_result&resnum=7&ct=result#PPT72,M1
- Amartya Sen, Identità e violenza:
http://www.tecalibri.info/S/SEN-AK_identita.htm
- Achin Vanaik, Integralismo al potere:
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/26/26A20020314.html
Pragmatico ha scritto:
No. Tutto quello che c’è da dire è fotografato qui:
http://images.corriere.it/Media/Foto/2008/09/06/fdg/ACQUA_620x410.jpg
O i governi indiani fanno qualcosa per le alluvioni e i danni all’ambiente, o si continua a deviare l’attenzione pubblica su cazzate religiose. E invece su questo non si fa nulla. Ti piace la religione, la poesia, l’arte? brava. Se in qualcuno dei villaggi alluvionati c’era un mistico, un poeta, un santo, oggi e domani ci sono solo alluvionati. Quindi nulla si muove e nulla si muoverà, mentre i politicanti faranno ancora le loro propagande.
Saluti.
Beatrice ha scritto:
Sacrosanto, Pragmatico, sacrosanto…
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