Immaginario 2 – Gli Alieni
Posted by Beatrice on July 5, 2008
Gli adulti vedevano gli Ufo ma, strano, i bambini no.
Credo di aver smesso di giocare “a marziani” quando qualcuno a me abbastanza vicino cominciò a raccontare di veri avvistamenti. Se quello, quel tipo di uomo aveva visto, allora la cosa cadeva completamente al di fuori del regno dell’Immaginario-sacro dell’infanzia, dal mondo inviolato dell’invisibile e del sovrano, cioè non-politico e non-duale. Era un immaginario posseduto, violato. Quindi cancellato. Non era più possibile giocare perchè il fatto entrava nella realtà, che è quella cosa, ti abitui in quegli anni, che ti dicono che sia. Anche se non è. Gli Ufo, infatti, esistono, ci spiegava la tv ieri sera.
Tra la famiglia d’origine di mia madre e quella di mio padre c’erano appena 20 km di distanza. Vicende estremamente distanti nello spazio, alla fine confluivano in un raggio limitato. In realtà i miei erano due cosmonauti che avevano attraversato distanze siderali per ritrovarsi, come sbalzati dalle rispettive orbite, a condividere gli studi e lo status sociale della nuova classe media, che raccoglieva da altri pianeti quelli che avrebbero abitato la nostra colonia aliena. E io, che nascevo in essa, non ero già più il contatto tra i pianeti precedenti, perchè in quei due pianeti, comprenderò poi, già da molto non abitava più nessuno, solo registrazioni, fantasmi e l’eco di altre vite ormai cancellate dalla storia senza storia che dovevamo incominciare a vivere ora.
La vicenda dell’uomo col giornale si svolgeva sul pianeta Terra, Roma. Gli alieni guardavano dal monitor della cucina lo svolgimento dell’intricata mitologia, e sibilavano o borbottavano nei dialetti dei vecchi pianeti la riprovazione per quasi tutti i protagonisti. Di fronte a quella rappresentazione i nuovi abitanti del pianeta erano alieni. Nessuno dei loro dialetti, né i poveri strumenti dell’istruzione presuntuosa che avevano ricevuto era adeguato a rispondere a questo enigma. La cittadinanza appena inaugurata già vacillava.
L’alieno che si impossessa di questi alieni è per prima cosa una “Civiltà”. Già appare grossolano, a un occhio scettico, che si immagini l’extraterrestre umanoide, rimuovendo la varietà di milioni di specie che abita anche un solo pianeta. E non è l’uomo-umanoide che interessa; l’extraterrestre è civiltà, tecnologia, progresso: quell’ideale col quale i nostri alieni si erano imbarcati nel futuro e che improvvisamente restava impantanato nelle eterne frizioni tra parrucche papali, grigiori ministeriali e commedie spiritiche. Le sedute spiritiche danno claustrofobia. Non fanno paura, fanno incazzare. Negano, tutto questo negava, che ci fosse alcunchè a incarnare quel progresso e quel vivere civile che era costato strappi, lutti e deviazioni che non ci sarebbe mai stato modo di elaborare – o finalizzare a qualcosa di più del benessere materiale stretto. Noi cuccioli ci siamo dati al collage. Gli alieni non ne avevano il tempo, anche se le ulteriori devianze della mente senile risulteranno poi collages di un ritrovato Sguardo Bambino, ormai imprendibile.
La civiltà diventa il dono auspicato di un mondo alieno che sembra lì lì per svelarsi. Non è per tutti la stessa, per alcuni non importa nemmeno quale, il punto è che lo sia. Ma cosa vide davvero chi ha visto? L’avvistatore che abita il mio divano dice: solo un oggetto meccanico volante, ma di che natura, di che provenienza e di che, non si poteva dire. Never trust an Hippie. Cosa vide invece il colonnello dell’esercito che per giorni fu impegnato a relazionare l’atterraggio del disco sul suo campo di addestramento con tanto di discesa a terra di ominidi in uniformi aliene? Lo vide davvero o erano altre comunicazioni quelle che stava emanando? Come mai dal sognare carri armati era arrivato a sognare astronavi?
L’io esiste? non importa cosa sia, molti coetanei dovrebbero incominciare a farsene uno, prima di ragionare sul suo eventuale smantellamento. Mentre cuccioli e cresciutelli della famiglia aliena ripensavano gli alieni di cartapesta, il comandante dell’Astronave Madre mi fa: l’altra sera hai visto la Nona da Napoli? Non l’ho vista perchè l’apparecchio era impegnato nell’avvistamento del già visto e ripetuto. Allora il comandante aggiunge: mi è venuto in mente l’assedio di Leningrado, quando dalla città sottoposta a tre anni di assedio, la tv trasmise a tutto il paese la sinfonia di Shostakovich. Si rende conto che il paragone è assurdo, ma il suo immaginario ha fatto questo. I vecchi comandanti hanno sempre l’occhio fisso sull’orizzonte. Gli alieni, invece, adesso salgono dall’altro lato.
(un minuto di solidarietà per questo blog)

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giuseppe genna ha scritto:
Che bell’intervento! E come hai ragione, credo! Almeno per me, IL punto nevralgico è proprio questo: arrivare a sentire l’io. Non è possibile iniziare alcun cammino di trascendimento dell’io, se non lo si è sentito, percepito, se la luce dell’autoconsapevolezza non può posarsi su un oggetto che è inesistente ma, finché siamo umani, c’è…
Ti ringrazio per queste parole!
il gius
Beatrice ha scritto:
Il problema della liberazione va sempre calato sul prigioniero, oppure è pura speculazione e nemmeno in senso astratto. Perchè la mancanza di un io ben identificato è la chiave per ridurre in schiavitù chi soffre il problema doloroso della sua mancanza, e cerca identificazione, legittimazione, ecc. Le tesi tradizionali indiane sulla liberazione o trascendimento dell’io si rivolgevano a un mondo in cui l’identità era sancita in termini inequivocabili (e proibivano il proselitismo dove il disagio sociale poteva creare equivoci). Perciò il dharma aveva un posto essenziale nell’elaborazione della liberazione. Quando si tenta di cancellare valori e storia recenti, come tu sottolinei nei tuoi interventi, si cancella il testimone e la testimonianza essenziali, si avvalora il disumano, il non-esistente: la negazione di sé. L’io è quello che si può declinare in noi, tu, loro, quello… e perciò è trascendente in potenza, o di fatto, quando ha compreso l’intera parabola, il Dharma, riconducendola a Sé. Allora si dà una virtuale scomparsa dei singoli elementi distintivi. In realtà è sempre lo stesso “omino” (Purusha) che abita nell’occhio e nel Sole.
giuseppe genna ha scritto:
Allora, da questa prospettiva incarnata, in cui governa il “Movimento Conformato”, alla luce di quanto dici si ha un criterio per determinare il carattere dei tempi, che sono – almeno così mi pare – pesantemente vibranti, tendenti alla solidificazione. Il che non significa che siano tempi apolattici, poiché l’Apocalisse è il disvelamento del qui e ora, il punto sempre presente in cui, dal tempo lineare e orizzontale, è possibile trascendere il tempo. Significa soltanto che siamo in un regime storico metallizzato e che l’accelerazione è in realtà una decelerazione, un andare a morire prima di un eventuale rinnovamento. Purtroppo, se si compie questa discriminazione in sede pubblica, si è tacciati di moralismo – ma è proprio una sensazione interna che io avverto, una specie di plumbeo aumento della pressione di uno psichismo disturbante, in quanto distraente, anche rispetto al processo di acquisizione dell’esperienza dell’io, che personalmente è la fase in cui mi trovo da un po’. La potenza, del resto o è nera o è bianca, come ben rappresenta l’iconografia. Prima di trascendere la dualità, bisognerà avere ben coscienza che si è nella dualità. Ecco, almeno quanto a me, diventa difficile acquisire questa consapevolezza, perché percepisco una disforia nell’aria. C’è disforia nell’aria…
Grazie ulteriormente per le preziose parole!
giuseppe
Beatrice ha scritto:
Il carattere dei tempi, che non è uno solo, può anche essere percepito “suicidario”.
La cosa che mi ha fatto attenzionare la figura di Amma, di recente, che prima non riuscivo a focalizzare, è stata un’azione semplice ed esemplare: è andata dai contadini disperati dell’India e li ha fatti giurare che non si suicideranno. Cosa può essere di più disforico di qualcosa capace di indurre i pii contandini dell’india rurale a indebitarsi fino al suicidio? Entrare coscientemente nella dualità è questo, convincere i contadini – anche noi, a non abbracciare il suicidio, sia morale, fisico o spirituale. Che c’è da fare, che ne vale la pena, che si deve andare avanti comunque e testimoniare: che occorre che sopravviva il testimone. Fare questo è già dis-identificarsi col debito che ci perseguita, o con il bisogno, di qualunque origine. Il resto segue.
La mente irrequieta avrebbe pensato che la verità, il testimone, ecc, è una contorsione che spinge ad acquisire altre competenze e identificazioni, in qualche modo si sarebbe alleata con la speculazione e il gigantismo dell’omologazione che ci spinge al suicidio. Questa è la disforia della mente.
Un abbraccio in stile Amma: “non ti preoccupare, ogni cosa andrà a posto”… credo che stai facendo la cosa giusta.
giuseppe genna ha scritto:
Ti ringrazio della parabola reale e dell’impressione finale, sulla quale, tuttavia, resto dubitoso – il che mi segnala che c’è ancora tanto lavoro da fare. Del resto, io penso di essere nel Nero, e invece arrivarci, al Nero… Tu d’altronde irradi calma luminosità. Per cui vai ringraziata, oltre che per quello che fai qui…
Salutandoti con tutto il cuore che ho,
giuseppe
Beatrice ha scritto:
Oh, io non irradio, io cucino riso & peperoni. La luminosità che vedi è tutta tua.
:)
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