Immaginario
Posted by Beatrice on June 22, 2008
(a G.G.)
A me spettava UN solo cartone animato, perchè “pop” era il nome del Male, la radice di ogni male, era il Nemico, più di quanto mai si potrebbe affermare oggi. Perchè l’Amico stava arrivando, come nella prima chiesa avventista, e noi dovevamo entrare tra i salvati. L’Amico avrebbe fatto piazza pulita dei nemici e della loro sottocultura Pop, innanzitutto. Era alla porte, lo sussurrava anche la tv. Se qualcuno si fosse distratto: no, non è arrivato, anzi dicono sia crollato, per la magia nera di un papa polacco. Deo gratias. I bambini si allontanavano dalla fascinazione televisiva , ad esempio iscrivendoli al conservatorio in tenera età, anche se sprovvisti del benchè minimo talento. Gonna a pieghe, olimpiadi, sguardo basso, niente dischi pop, neanche Battiato, neanche Clayderman, sprezzo e condanna per i Gatti del Vicolo. Puri come gli Shankaracharya bambini, l’educazione era ascesi, l’apprendimento familiarità esclusiva con l’Ideale, si plasmavano mere coscienze. Questo era tutto il mondo di “prima”, e anche il rivoluzionario era radicalmente un tadizionale. E nelle formule più tradizionali si ritrova e risolve.
Se chiedevo a uno psico-patico-terapeuta cosa fare, quando la vita mi chiese di sapere il pop, fin nell’assorbimento del midollo, lo psico rispondeva: se ha problemi con la famiglia di origine si emancipi, vada a fare la cameriera o la baby sitter, si dimentichi il suo atteggiamento ipercritico, è antipatico, è da falliti. I lavori forzati, insomma, quelli che avrebbe previsto per il “lunatico” anche l’Amico, se mai si fosse palesato. Immagino bene lo sconcerto di chi si è fidato, e ha creduto alla “Libertà” come a un’altra religione salvifica, e ha obbedito. Immagino qualcuno si sia trasformato in un serial-killer, o in un massacratore di famigliari, o in un consulente Mediolanum. Sradicare. Scatenare il rancore. La depressione è la manna. Si distribuiscano rimedi chimici vergognosi, a grappolo.
Il lavoro libera era l’atroce beffa mai sfatata, invece è vero che l’esperienza espone all’evoluzione, la coscienza libera. Ma dietro alla dichiarazione d’apertura sul cancello, la coscienza si autorappresentava come la “danza”, la danza della vita nientemeno, cui abbandonarsi come facili fanciulli; così le brave sciure con la qualifica di psico, abbandonati i libri per dedicarsi alla salvezza del prossimo, prodigavano circuiti di sentimentalismo e (e)semplificazioni relazionali, tradotte di peso dai fotoromanzi alla cibernetica. Il fronte maschile, più ardito che pria, scatenava la danza del cinismo opportunista, più realista del re, fuoco su ogni ideale residuo nelle nostre povere menti e si riconosca la maestà del Vuoto e del Potente, concedendosi infine ogni più involuta e infelice soddisfazione materiale, come atto supremo di saggezza, realizzazione, equilibrio, maestà di sé. Alla fine questa è politica. Il mio “trauma” era la politica, la politicizzazione del quotidiano, questa era ancora quella guerra che di nuovo si doveva scatenare sulla mia coscienza, a spese della mia vita e della mia realizzazione in essa.
La “Danza”, o “Il Danzatore” siamo noi. Al Danzatore non serve chi spieghi la danza; serve qualcuno che ne suoni la musica. L’Acharya non danza, è fermo per sempre. Sa cose che possono raccontare per filo e per segno, attingendo alla dottrina e alla mitologia, ogni minimo dettaglio delle nostre vite, e ricondurlo al Sé. L’Acharya non vizia, non umilia, non insegna a degradarsi né col lavoro né con lo svago, tantomeno coi sentimenti. Perciò l’Acharya è un Maestro, e il Maestro è il vero terapeuta, il Maestro è il Sè. Non cede, non cedere: non si piange, non si muore, non si soffre in presenza dell’Acharya, non c’è perciò manipolazione. L’io fragile vorrebbe essere manipolato e perciò tenta ogni sceneggiata perchè qualcuno caschi nella sua rete, faccia il suo gioco. A quell’io si insegna l’abbandono, per via della devozione, solo così si rafforza. Ma non si lamenti se rimane marginale, perchè occorre una danza cosmica, non particolare, per potersi porre al centro della danza. Non si devono strappare le radici, si devono onorare; le radici sono noi, devono dare vita a noi, così come fanno. Per fare questo non servono imbrogli contro-ideologici, servono discernimento e amore.
Il film che non vedremo, quello che avrebbe sanato l’immaginario degli ex bambini del futuro, è già museo; sarà scarnificato in una mostra di fotografie il “Truman Show”(così dice Repubblica, che guardacaso non capisce cosa ha trovato) dei bambini della DDR. Dal 1961, l’anno in cui fu costruito il Muro di Berlino, Junge seguì per 47 anni con la cinepresa le storie di ragazze e ragazzi di una prima elementare della pacifica Golzow, villaggio-modello della Ddr non lontano da Francoforte sull´Oder. I gerarchi gli affidano il grande incarico: «Mostreremo come il socialismo trasforma una regione arretrata in zona-modello, narreremo il progresso attraverso le vite di quei bambini». Ma il regista prende l’incarico sul serio, e narra tutto. Con questo film il mito avrebbe potuto sconfinare dall’immaginario gretto della politica e farsi carne e testimonianza, ma fu la contrapposizione della politica a negarlo, e noi non lo vedemmo (e non lo vedremo). Per noi bambini del futuro al di qua del muro non ci fu autocoscienza, ma quella luce da trincea che i detrattori immaginavano di là. Se qualcuno si stupisce di come il crollo del muro non abbia azzerato completamente la società che ne è stata spazzata via, forse si deve guardare questo film e comprendere il segreto di uno sguardo attento e quotidiano sul reale. L’immaginario politico è cliché, è morte. La realtà è sempre coscienza.

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