Perchè non adoriamo la Madre?
Posted by Beatrice on March 26, 2008
Sebbene il contatto con le tradizioni orientali abbia trasportato fino in occidente una certa visione mistica e trascendente del femminile, il contagio ha toccato soltanto un livello superficiale, intellettualistico o sentimentale. Una parte dei ricercatori, con sincerità, avverte che il nostro sentimento nei confronti di una Madre Divina non riesce a superare il dubbio, addirittura lo stallo, per cui verso l’elemento duale, che contraddistingue una diade divina e sperimentale, tra divino e naturale, trascendente e formale, non può stabilirsi con facilità un continuo, o un riconoscimento di identità. Anche per le donne che cercano con interesse le figure che hanno incarnato in forme femminili il Maestro e il Divino c’è fortemente il desiderio di incontrare la differenza di genere, o di “polarità”, come la chiamano altri, che però non può superare la separazione, perchè sembra appunto fondarsi su di essa. Al fine, occorre chiarire che anche la posizione di certi studi tradizionali, in occidente, ha forzato la contrapposizione con esiti errati, per adeguare le dottrine mistiche dell’oriente a certa filosofia decadente, con il risultato di un pateracchio idealista in salsa sanscrita, piuttosto che un Vedanta in lingua occidentale.
Ma è della nostra esperienza quotidiana, e di questo invece vorrei parlare, il blocco emozionale/spirituale che ci impedisce di cogliere l’aspetto femminile della divinità, così come tramandato dai sanscriti, e di re-integrarlo – insieme alla nostra vita – nell’ unicità divina. Noi non amiamo la vita. Per noi vivere è manipolare, trasformare, violentare e infine consumare completamente la vita. Possiamo anche dichiarare di difenderla o di curarla, ma mai ci verrà in mente che la vita non necessita affatto della nostra attivazione nei suoi confronti. Che essa sia giusto un’immagine degna della nostra più spassionata e semplice contemplazione.
Il primo elemento quindi dell’antinomia è nell’atteggiamento attivo e pragmatico che incomincia da un attaccamento alla vita non amorevole, ma di lotta, di difesa della sopravvivenza, di contrasto tra la volontà di vivere e una vita che sfugge, che ci ammala, ci piega, e ci uccide. Nella bibbia degli occidentali c’è scritto che la nostra contemplazione del bene e armonia con l’essere si distrussero all’inizio, con una caduta oltre il giardino dell’Eden. La nostra collocazione in occidente ci posiziona tra i “caduti”, tra quelli che vivranno con questa lacerazione nel cuore, forse insanabile.
E’ molto discutibile perciò utilizzare dei pallidi teatrini amorosi, sensuali o misterici, laddove il problema ha radici tanto profonde e gravi conseguenze sociali, ambientali e ideali. E’ del tutto assurdo paragonare chi è privo della visione contemplativa a uno che sia invece in procinto di superarla, per una visiona assoluta: entrambi potranno dire di non distinguerne bene la forma, ma ancora una volta per i motivi opposti.
Perchè i severi asceti dei monasteri di Shankara venerano con tanta energia la Madre Divina? Perchè essa, come raffigurazione di una vita che diventa puro oggetto di contemplazione, è la chiave della loro condizione di santità e di ascesi. Venerando la Madre, essi si pongono nei panni dell’”uccello che non mangia” della famosa parabola vedica, sono quelli che contemplano, che non consumano. Chi non incontra la “figura” del materno divino è per il solo motivo che ci ne è il fruitore materiale, la cui condizione spirituale è definita di “schiavitù”. Con la consumazione/trasformazione della vita in oggetto di accumulo e consumo si cancella la visione, ovvero si passa dalla posizione dell’osservatore a quella dell’agente. E dove si possieda un tale io-agente, dal forte attaccamento vita, alla fame, alla morte e alla trasformazione, l’esperienza spirituale è conseguentemente deprivata.
L’uomo libero, cioè “liberato” dalla schiavitù materiale, invece, è nella condizione di osservare con distacco l’accedere della natura e della vita e trovarla degna di lode e di devozione, riconoscerne la magnifica intelligenza e la generosità incondizionata. La “visione” è dunque frutto della la libertà interiore, lo svincolamento dalle compulsioni alla trasformazione e alla consumazione del vivente.

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