Storia del verme (dal Mahabharata)

Yudhishthira disse:

Quelli che, volendo o no, resteranno uccisi in questa grande convocazione di battaglia, quale ventre raggiungeranno rinascendo? Dimmi di questo, O nonno. Abbandonare il respiro della vita nella grande battaglia è un dolore per gli uomini. Mi rendo conto, O conoscitore del diritto, che l’abbandono del respiro è molto difficile da affrontare, sia nella ricchezza che nella povertà, sia nella fortuna che nella sfortuna. La causa di questo, vorrei che tu mi spiegassi, perché credo che tu sia onnisciente.

Bhishma disse:

Per quale causa gli esseri respiranti nati in questo mondo di trasmigrazione, sia nella ricchezza o nella povertà, sia nella fortuna o nella sfortuna, O signore della terra: per quale causa si deliziano dell’esistenza, questo ascolta da me. Hai ben ponderato la giusta domanda, Yudhishthira! A proposito di questo, ti racconterò quanto è successo una volta, O sovrano degli uomini: la conversazione del Nato sull’Isola, Vyasa e un verme, O Yudhisthira.
Una volta, il saggio Nero, il Nato sull’Isola, il somigliante a Brahma, mentre camminava, vide un verme che correva rapidamente davanti a un carro.
Il Conoscitore delle vie di tutti gli esseri, conoscitore della voce di tutti gli esseri incarnati, conoscitore di tutto, lui, avendo guardato in tutte le direzioni, parlò al verme: <O verme, sembri spaventato, e vedo che sei di fretta. Dove corri? Dimmi! Da dove viene la tua paura?>

Il verme disse:

Quando udii il rombo di questo gran carro, provai paura, certo, O uomo di gran saggezza. Giacché ho udito questo suono terribile sto cercando di allontanarmi da quel carro, nel timore che mi uccida! Inoltre, ho udito nelle vicinanze, allo stesso modo, il respiro affannoso degli figli della vacca, cha avanzano tirando il loro grande carico, O potente, e i vari suoni degli uomini che li guidano. Uno del mio genere genere, nato come verme, non può sostenere quel carro, e perciò mi allontano , come vedi, da questo pericolo terribile. Perché la morte è dolore per gli esseri, e la vita e troppo difficile da ottenere: perciò ho paura e corro. Che io non vada dalla felicità all’infelicità!

Bhishma disse:

Detto così, Vyasa gli disse: <E come, O verme, c’è felicità per te? Io penso che la morte sarebbe felicità per te, perché abiti una nascita di animale che va trasverso. Suono, tatto, sapore, odore, e molti piaceri alti e bassi, non conosci tu, O verme. Per te, morire sarebbe il meglio.>

Il verme disse:

L’essere vivente ha diletto ovunque: perciò ho felicità anche in questa vita. Sono cosciente, O molto saggio, e per questo voglio vivere! Anche in questa vita, tutti gli oggetti di senso sono stati provveduti, secondo il corpo che ho. Gli umani e gli animali che vanno trasversi hanno, entrambi, i propri piaceri, secondo le loro nature distinte. Io ero un uomo, infatti, un tempo, uno shudra molto ricco, nemico dei bramini, crudele, avaro, dedito all’usura, di aspro linguaggio, astuto e malvagio, un ladro di tutto ovunque, furtivo, inospitale verso i poveri, compiaciuto di derubare gli altri. Dipendenti e ospiti languivano nella mia casa, perché dall’invidia volevo tutto il meglio per me stesso, crudele, avido. Quel cibo che si offre, con fede, agli dèi e nei sacrifici ai padri, non l’ho mai dato, a causa dell’avarizia (quel cibo che si deve dare, perchè purifica, certo). Le persone che venivano da me segretamente per cercare rifugio nel mezzo dei pericoli, non le ho mai accolte, e non le ho protette quando cercavano sicurezza.
Quando vedevo i denari, il grano, gli affetti, le mogli, i veicoli, le vesti splendide, e ogni altra ricchezza altrui, invidiavo senza motivo, solo per gelosia della altrui felicità, ostile, avido, distruttore dei tre oggetti (amore, ricchezza, virtù) degli altri, seguendo solo il mio desiderio. Quando mi ricordo delle azioni compiute, per lo più per crudeltà, brucio dal rimorso, come se avessi abbandonato un figlio. E conosco il frutto dei miei buoni atti: adoravo la mia vecchia madre, e onorai un bramino. Un tempo, venuto per caso alla mia casa, munito delle virtù della sua nascita, lo riverii come ospite, O bramino, e perciò la memoria non mi lasciò. E a causa di quell’atto, sento la promessa di felicità anche in questa vita. Così, vorrei ascoltare da te cosa sarebbe <il meglio> per me (come hai detto), O ricco nell’ardore dell’ ascesi!

(Mahabharata, 13.118.1-28)

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