La polvere attaccata ai piedi di certe donne

Krishna lasciò la foresta e le praterie di Vrindavana per la città di Dvaraka, dove si unì in matrimonio con otto regine. Le gopi ora vagavano in silenzio. Avvezze all’emozione dell’amore rubato, ripetevano ogni tanto, quando si trovavano sole, le parole «tu ladro», senza avere risposta. La vita procedeva come se Krishna non fosse mai stato fra loro.
La separazione, il vuoto, l’assenza: questa era la nuova emozione, l’unica.
Chiuso nel suo palazzo, mentre le otto regine, degne e pompose, orbitavano intorno a lui con implacabile precisione, Krishna si annoiava. Suo occasionale sollievo erano le conversazioni con il vecchio Narada.
Quel Rishi nato dal collo di Brahma e da Brahma condannato a errare senza sosta, che tante storie e luoghi era stato obbligato a vedere, quel vecchio intrigante, curioso, un po’consigliere aulico, grande musicista, repertorio di aneddoti, subdolo, voyeur, adulatore, intelligente, maligno: chi meglio di lui poteva distrarlo dalla melanconia?, pensò Krishna.
Passavano le notti a giocare a scacchi e a parlare. Poi Narada suonava la vina, magistralmente come sempre. Krishna si divertiva anche a stuzzicarlo. Una volta gli disse: «Ora raccontami di quella tua vita quando eri un verme e hai voluto evitare il carro di quel re». «Ma certo, siamo sempre attaccati al nostro corpo, anche quando siamo vermi…» disse Narada. Sorrideva, ma un po’ teso. Le storie che Krishna preferiva erano quelle delle due vite in cui Narada era stato trasformato in donna. «Anche se hai vissuto come donna e hai partorito decine di figli, prima di arrampicarti quella volta sui loro cadaveri per cogliere un mango, delle donne non hai mai capito niente…». «Può essere» disse Narada. «Per esempio non capisco come tu faccia con tutte queste regine…». «Ma queste non sono le donne» disse Krishna, improvvisamente cupo, e tornò a fissare la scacchiera.

Una sera Narada si accorse che Krishna aveva gli occhi lustri e tremava.
«Che cos’hai, mio Signore» disse Narada. «Mi ha preso una febbre» disse Krishna. Il giorno dopo, Krishna non si alzò dal letto. «Delira» sussurravano le ancelle. Passarono altri giorni e la febbre rimaneva violenta. Narada stava solo nelle sue stanze, pensava già a ripartire, ma era preoccupato. Bussò alla porta un medico. «Il Signore Krishna continua a delirare» disse. «Ha un solo desiderio. Dice che guarirà soltanto se qualcuno gi porterà la polvere attaccata ai piedi di certe donne. Ci chiediamo se il saggio Narada, che conosce il mondo meglio di chiunque altro, può venirci in aiuto» concluse il medico, imbarazzato.
«Certamente» disse Narada. Non aveva mai rifiutato un incarico che aguzzasse la sua curiosità. Ed era curioso di tutto. «Farò il possibile» aggiunse.
Come prima mossa, chiese di essere introdotto dalle otto regine. Parlò con la sua molle e sottile eloquenza, con il tono di chi presenta una richiesta grave e nobile. Le regine si guardarono un attimo. Poi la prima parlò, per tutte: «Come potremmo? I nostri piedi sono fragranti di gelsomino. Passiamo il tempo a sorvegliare la purezza di ogni spicchio del nostro corpo. Non potremmo offrire al nostro Signore Krishna nulla che non sia perfetto. Abbiamo persino dimenticato che cos’è la polvere».
Narada era sconcertato. Krishna continuava a delirare. Narada si presentò alle più nobili dame di Dvaraka, ripeté la sua richiesta, con voce vibrata e un po’inquieta. Nessuna accettò. Fare ciò che le regine si erano rifiutate di fare sarebbe stato sicuramente una sconvenienza imperdonabile. Non lo dissero, ma temevano per le loro teste.
Narada tornò sconsolato al palazzo. Trovò il messaggio di un medico: «Il Signore Krishna chiede se Narada, che cerca in tutti i luoghi, ha cercato anche a Vrindavana». No, disse Narada, a Vrindavana non era stato.
Si mise in cammino. Lasciò la città, incontrò capanne e animali. Il paesaggio diventava sempre più solitario e incantevole. In una prateria circondata da alti alberi scuri, vicino alle acque della Yamuna, vide una macchia dai colori squillanti. Intorno pascolava una mandria. C’era silenzio. Avvicinandosi, si rese conto che la macchia era formata da varie figure accucciate, che mossero verso di lui. «Tu sei Narada, tu hai visto Krishna» gli disse una ragazzina dagli occhi penetranti. mentre altre gli si facevano intorno. Narada teneva gli occhi bassi. Osservava tutti
quei piccoli piedi nudi e sporchi. «Il Signore Krishna è malato» mormorò.
«Ha bisogno della polvere che sta attaccata ai piedi di certe donne». Le gopi non risposero neppure. Una si era tolta una pezza blu e tutte vi scuotevano dentro la polvere dei loro piedi. La grattavano anche con le unghie. Poi la prima offrì la pezza a Narada. «Ecco. Dalla al nostro compagno di giochi. Se questa è una colpa, patiremo la pena. Siamo pronte. Siamo sempre pronte. Krishna per noi è tutto». Narada non disse parola. Si mise la pezza colma di polvere sulle spalle, come un fagotto, e si avviò di nuovo verso Dvaraka. Camminava assorto, con la testa bassa.
Ora sembrava un pellegrino o un mendicante. A un tratto si fermò e si sorprese a dire a voce alta: «Krishna, avevi ragione. Ora ho capito». (Da “Ka” di R.Calasso)

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