P.P.Pasolini su A.K. Coomaraswamy in “Pagine corsare”
Posted by Beatrice on December 26, 2007
A. K. Coomaraswamy: induismo e buddismo
di Pier Paolo Pasolini – 23 settembre 1973 -da Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Garzanti, Milano 1996
Ho già avuto occasione di dire, a proposito di un libriccino di storie Zen pubblicato da Adelphi, che conosco male le religioni orientali, specie quella indiana, di cui molti in questi anni possiedono qualche nozione, se queste religioni hanno avuto un momento di moda specie tra i giovani. Dicevo di non amare allargamenti culturali di carattere sottoculturale, e che una infarinatura dovuta alla conoscenza di qualche opera divulgativa o di qualche testo tradotto mi pareva una degradazione. Ciò non toglie che il mio interesse per la «storia delle religioni» (a questo proposito segnalo al lettore la mia ultima lettura, un legnoso ma notevole volume del marxista George Thomson su I primi filosofi, pubblicato da Vallecchi), mi spinga ogni tanto a leggere anche opere di carattere direttamente religioso.
Ananda Coomaraswamy che ha scritto una specie di sinossi dell’induismo e del buddismo è infatti uno storico (soprattutto dell’arte religiosa indù), ma è anche un credente. La sua sinossi è dunque apostolica. Egli si rivolge con grande cura al lettore occidentale, riferendosi con precisione filologica ai testi di cui cita parole, frasi o frammenti, dandone anche sempre, tra parentesi, il testo in lingua originale; non solo, ma fornendo anche l’analogo concetto in quella lingua universale della filosofia che è il greco di Platone, oppure addirittura citando testi mistici occidentali (esprimenti sempre analoghi concetti, soprattutto Meister Eckhart, e, con grande pertinenza, il Dante del Purgatorio e del Paradiso). L’educazione inglese di Ananda Coomaraswamy gli consente di avere quel distacco dalla materia (in cui peraltro crede) e quella capacità di chiarezza sintetica e razionale, il cui risultato è di compendiare in un libriccino di 170 pagine stampate larghe, millenni di pensiero religioso.
Ciò che mi ha colpito forse più di tutto in questo straordinario compendio (che mi ha molto emozionato) è un elemento finora trascurato della filosofia indiana, cioè il suo momento pragmatico che è invece conosciuto a fondo e capito ancora più a fondo: così a fondo da risultare addirittura «behavioristico»! Certe affermazioni dei testi religiosi indiani coincidono perfettamente con certe affermazioni del «behaviorismo» (a proposito di cui consiglio, ancora, al lettore un esemplare irritante e affascinante, Oltre la libertà e la dignità, di B. F. Skinner, Mondadori).
Scelgo a caso alcuni passi: «Si può affermare che tra le mentalità ingenue che si identificano con i loro accidenti, il Buddha avrebbe incluso Cartesio con il suo cogito ergo sum» (sono in quanto individuo); «Quel che noi chiamiamo la nostra coscienza non è altro che un processo mentale; il suo contenuto cambia di giorno in g!orno ed è sottomesso, né più né meno come la realtà corporea, al determinismo causale…»; come afferma Plutarco: «nessuno continua a essere una persona, nessuno è una determinata persona… »; «Essendo l’individualità empirica un semplice processo… »; «Questo corpo non è mio, ma il risultato di azioni passate». Ed ecco una frase che potrebbe essere scritta direttamente dal «behaviorista oltranzista» Skinner: «L’individualità è connessa alla coscienza e la coscienza non è un’essenza, ma passione; non è attività, ma un susseguirsi di reazioni in cui noi – che non abbiamo il potere di essere ciò che vogliamo e quando lo vogliamo siamo fatalmente implicati».
È his fretus, da questo punto (il punto in cui il praticismo occidentale si ferma), che il pensiero indiano crea la religione. Un «io» inesistente, consistente in un «fascio di reazioni» all’ambiente, è razionalmente un moncone. Ora le religioni sono tutte profondamente razionali: e i pensatori indiani delle origini non si son dunque fermati a quel «moncone» e hanno cercato di integrarlo in un tutto più sensato. Ne è nato quell’enorme, complicato (ma in fondo semplice) sistema che è l’induismo. Il Sé che è tutto, ma non sa cosa è perché non è qualcosa, il suo convivere reale con il nostro Sé irreale; la vita intesa come risveglio alla sua realtà ecc. E tutta la serie di miti simbolici che da questa nozione immensamente proliferatrice può nascere.
Ma, da occidentale viziato (benché, ripeto, molto emozionato dalla bellezza e verità del mito) ciò che mi ha più attratto sono state ancora delle conclusioni pratiche. Primo: il rapporto del «Risvegliato» – cioè dell’uomo che giunge alla conoscenza del Sé reale – con l’etica. Cito in proposito altri passi: «Le norme della mera morale, casi come vengono spesso chiamate – mera perché, sebbene sia indispensabile al raggiungimento del fine supremo dell’uomo, non è in se stessa un fine, ma soltanto un mezzo… »; «La perfezione è qualcosa di più dell’innocenza dei fanciulli; occorre sapere cosa sono la follia e la saggezza, il bene e il male, e sapere poi anche come disfarsi di queste due nozioni: essere retti senza essere virtuosi, essere cioè amoralmente morali». (Com’è rozzo il cristianesimo occidentale, al confronto!)
Secondo: il rapporto del Risvegliato con la società. La filosofia indiana (e quindi anche il contenuto di questo libretto rusconiano) è sempre apparsa una filosofia politicamente reazionaria, conservatrice cioè di un potere monarchico o feudale. Anche le recenti conversioni hippy (sottoculturali: li ho visti coi miei occhi questi «convertiti» a Kabul e a Katmandu) pongono l’accento della sovversione al potere capitalistico in una forma di oltranzismo che riesuma come contraddittoria una religione di Stato irrimediabilmente e quindi scandalosamente arcaica.
In realtà il reazionarismo della religione indù è un errore di ottica, come osserva Ananda Coomaraswamy. E ha ragione: la Chiesa Cattolica non era reazionaria nel Medioevo. La cultura del feudatario e quella del contadino erano la stessa cultura. Se posso ripeterlo ancora una volta, la rassegnazione non ha niente da invidiare alla rivolta, naturalmente in una società sostanzialmente non contraddittoria: dove il figlio assume il ruolo del padre, e la obbedienza che – nelle società antiche – porta a questo, è suprema dignità. L’assimilazione al padre e la riassunzione dei suoi doveri, che divengono casi ereditari, è la causa prima della divisione della società in caste, secondo il credente Ananda Coomaraswamy. Certo non lo è unicamente, ma che importa? Chi pativa e viveva questa forma arcaica di «divisione del lavoro» ci credeva fermamente e l’accettava: un «universo umano» conta solo visto dal suo interno. Inoltre, dal testo di Ananda Coomaraswamy, veniamo a sapere una cosa sorprendente. Non è vero che un individuo sia legato alla sua casta dalla vita alla morte. Egli può uscire da questo determinismo sociale – che a noi sembra così imperdonabilmente ingiusto – attraverso il «risveglio». Il Risvegliato, che giunge al quarto e ultimo grado di conoscenza, cioè all’apatia e alla morte in vita, e vive assolutamente privo di tutto, può provenire dalla casta dei regnanti o dei sacerdoti, ma può provenire anche dalla casta dei paria. Ciò che dà uguaglianza e libertà è la santità, cioè la liberazione dalla coscienza del bene e del male, e l’abbandono non solo dei beni della vita, ma anche del rituale religioso e della stessa teologia! Il supremo insegnamento (per noi) della religione indiana è infatti il seguente: «Una chiesa o una società che non fornisca i mezzi per svincolarsi dalle sue proprie istituzioni, che impedisca ai suoi membri di liberarsi da essa, riduce a nulla la sua suprema ragione di essere».
Ho scritto queste note en anarchiste, ma non senza progettazione. Il libretto sull’induismo e il buddismo è pubblicato infatti da Rusconi. Questo editore ha pochi anni di vita (circa due, credo), ma già i suoi elenchi di libri pubblicati sono molti, sotto i cartelli segnaletici di varie collane. Nella collana di narrativa e di poesia, Rusconi è abbastanza eclettico, non si formalizza troppo: e nel suo piano generale consistente nel fornire i testi di una nuova, grossa «letteratura di destra», cerca di corrompere anche autori non di destra, secondo la tattica tradizionale delle «aperture» verso i due corni estremi. Molto più coerente, se non fazioso, Rusconi appare nelle varie collane di saggistica, e specialmente in questa, «Problemi attuali», in cui è uscito il volumetto di Ananda Coomaraswamy (da Bernanos a Lévi-Strauss, da Jean Daniélou a Giuseppe Prezzolini, fino all’abominevole Armando Plebe – il povero Noventa sta a fare da paravento, pagando cosi lo scotto alla sua ambiguità un po’ troppo conclamata).
Adesso Rusconi ha aggiunto alla sua attività di editore una nuova attività di produttore cinematografico, nel momento stesso in cui si sta impadronendo delle testate di alcuni giornali già di destra. Alle sue spalle, si dice, ci sono il petroliere Monti e la Cia. Si tratta dunque della più grande operazione culturale di destra che si sia mai avuta in Italia. Da qui lo scandalo. E la necessità di una nuova lotta per gli intellettuali di sinistra, reduci dalle glorie degli anni Cinquanta, dagli idilli degli anni Sessanta, e dai disastri degli anni Settanta. Non c’è dubbio che Monti sia fascista, nel senso anche tradizionale della parola. Si può dire lo stesso della Cia e di Rusconi con lo staff dei suoi collaboratori? Non credo, magari anche malgrado loro. Il fascismo classico è per sua natura conservatore: ha la retorica dei buoni sentimenti e del passato, ha la mania del cosiddetto ordine ecc. La cultura che Rusconi propone attraverso la sua grandiosa operazione non è conservatrice, se non in falsetto: essa finge di esserlo. In effetti essa non può nascondere il suo totale cinismo, il suo aristocratico disprezzo per i sentimenti di un arcaico perbenismo e per un passato meschinamente nazionale (essa è internazionale, ormai, sia per formazione che per finalità). Quanto all’ordine, questa nuova cultura, che è in realtà quella dell’edonismo della cultura di massa, si accinge a fare piazza pulita dell’intero universo dell’ordine difeso dal fascismo. Non si fa scrupoli; qualunque cosa essa debba sacrificare a questa distruzione la sacrifica. Prima di tutto, a farne le spese, non con le parole ma coi fatti, è la Chiesa e la religione (la cultura di Rusconi non ha alcun reale interesse per operette religiose come quella di Ananda Coomaraswamy!). Presentandosi sotto spoglie tradizionali, tale nuova cultura di destra, ci costringe a inscenare una lotta antifascista così miserabilmente vecchia da sembrare un malinconico balletto di burattini. Marx e Engels hanno scritto le loro opere nel cuore dell’Ottocento, Lenin a cavallo tra i due secoli: è morto cinquant’anni fa. È un intellettuale come me a essere ormai, oggettivamente, un conservatore! Io infatti, come i miei colleghi, sono ancora legato alle idee nate ed espresse più di un secolo fa. La cultura organizzata e imposta dall’operazione Rusconi è invece tutta lanciata verso il futuro, in un totale agnosticismo rispetto ad ogni valore e in un totale cinismo reale verso l’intera storia passata. Ridurre l’opposizione a Rusconi ai termini di una lotta antifascista significa perdere aprioristicamente, e per di più in modo ridicolo. Il fascismo di Rusconi è una maschera la cui estrema e irrilevante corrispondenza con alcuni elementi sopravvissuti di realtà (il teppismo e la volgarità fascista, coperti dal perbenismo e dall’aristocraticità culturale) non deve costringere gli intellettuali democratici (comunisti, gauchisti ed anarchici) a combattere una battaglia ritardata.
tratto da: cinetecadibologna.it

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Eduardo ha scritto:
Non conoscevo questa recensione di Pasolini, mentre ho avuto modo di approfondire la saggistica di Ananda Coomaraswamy. Al di là delle valutazioni strettamente politiche che fà Pasolini nei confronti dell’editore Rusconi – che invece ebbe modo di mettere in catalogo altri 3 titoli di Coomaraswamy, nonchè preziosi studi di Guénon e di Titus Burckhardt (indubbiamente anch’essi, come tutta la saggistica tradizionale, facilmente strumentalizzabili dalla cultura di destra) -ho notato con piacere come Pasolini sia riuscito a cogliere la dimensione relativa delle caste, dinnanzi alla realizzazione. D’altronde già nel suo film ‘Medea’ si può notare quanto Pasolini fosse più vicino al sacro ed ai valori etici della Tradizione di quanto persino lui poteva ritenere di essere.
Chissà se avesse avuto modo di leggere ‘L’uomo e il divenire secondo il Vedanta’ o ‘Il regno della quantità e i segni del tempo’ di René Guénon?
Beatrice ha scritto:
Ciao Eduardo.
Non sei il solo a fare questa domanda su Pasolini e il Vedanta. Ma noi assumiamo la posizione di chi si è abituato a assorbire l’idea di un Vedanta, fatto e finito, che sta lì, stampato sui libri e quindi è vero. Ma tu saprai meglio di me che la questione non è così semplice.
Suppongo che PPP, come era, fosse interessato profondamente alla tradizione (in Italia, in India, ovunque) come spiritualità autentica, radici, ecc, ma la domanda allora è: come si rapportava con l’anti-storicismo dei perennialisti? e quindi con la sostanza di quel fenomeno culturale che oggi in tanti immaginano reale e non condizionato…?
Mi pare che con la sferzata a Rusconi, provi a colpire l’emergere di un fenomeno culturale che oggi è esploso nel magma indistinto dell’editoria new age, spiritualista, ecc – dove la spiritualità sembra abbondare per annegare invece nel vuoto, nella pura operazione commerciale e quindi bassamente politica, perchè indiscriminata, fasulla, plagiatoria, qualunquista.
Il tradizionalismo è stata una corrente di pensiero che non negava la propria vocazione anche politica, e comunque un fenomeno variegato, polemico, sensibile. Con tutte le sfumature del caso, che ben conosci. Eppure raramente incontri qualcuno che abbia consapevolezza della problematicità della questione tradizionale, o delle questioni che si devono affrontare per studiarne anche solo il fenomeno storico.
Forse nella polemica con Rusconi c’è in nuce questa discriminazione più seria, tra reale e – per dirla con Shankara – strumentale o sovrapposto? è anche politica, ma proprio smascherandola, si può andare al vero.
Eduardo ha scritto:
Ciao Beatrice e grazie del tuo intervento,
che vorrei integrare con altre riflessioni.
Siamo tutti consapevoli che l’ideologia marxista, positivista, progressista e quindi storicista (in senso lineare) era parte della cultura di PPP. La cosa interessante è che in PPP era desta anche la prospettiva tradizionle, che lo portava necessariamente alla ricerca del Sè. E’ indubbio che PPP non possa essere preso come esempio di ‘coincidentia oppositorum’, ma la sua testimonianza assurge quantomeno a paradigma dell’uomo etico che di fronte alla società moderna ne vive le contraddizioni in modo estremo.
Ti ringrazio poi di avermi sottolineato l’aspetto ‘profetico’ della denuncia pasoliniana al programma editoriale Rusconi, inteso come divulgazione di spiritualità al fine di annientare l’autentico senso della religione: mi era sfuggito anche quel paragrafo in cui PPP afferma che dalla produzione Rusconi la prima a rimetterci è la Chiesa.
A tal proposito volevo mettere in evidenza un paio di esternazioni di PPP, riguardo al suo rapporto col Cristianesimo e col clero. In una lettera rivolta ad un lettore di una rivista, diceva:
“Un prete davanti a un comunista, e un comunista davanti a un prete, quasi sempre rappresentano l’apparizione dell’altro: una ‘razza’ degradata dal tabù, inattendibile, umanamente deperita e ripugnate. Come comunista anch’io non sono immune da questa malattia inconscia, e l’anticlericalismo serpeggia come un verme dentro di me, a succhiare il sangue dell’altro, fino a renderlo ombra, simbolo, schema di un insieme di cose che mi sembrano ingiuste, di un mondo che rifiuto. E quanto clericalismo c’è ancora nei preti, quanto feroce, patologico anti-comunismo aprioristico, e quindi disumano, e quindi anti-evangelico!”
Al contempo non aveva problemi a sottolineare che:
“Una delle caratteristiche della scomparsa del mito e del rito antico nella società industrializzata è la scomparsa dell’iniziazione. Con la pubertà, nel Cristianesimo c’era con la Comunione e la Cresima […]. Non c’è un’iniziazione nella società dei consumi. I giovani hanno la stessa autorità di consumatori degli anziani.”
A dire il vero c’è oggi una sorta di parodia dell’iniziazione: il primo giorno in cui si porta il bambino al Centro Commerciale (una sorta di cattedrale in cui si celebrano i nuovi ‘riti’ domenicali); e le parole che venivano sussurrate all’orecchio dell’adolescente nella tradizione induista (Tu sei Quello) volte a provocare l’anamnesi dell’immagine divina che ogni essere umano ha in sé, vengono oggi pronunciate ad alta voce dinnanzi a una vetrina che mostra un manichino vestito alla moda.
Inoltre – e ritorniamo così a Medea, che è il film di Pasolini che mi ha maggiormente colpito sulla questione che stiamo trattando – PPP ha il coraggio di denunciare qui la vera e propria catastrofe del passaggio dal mondo tradizionale (rappresentato da Medea) a quello moderno (rappresentato da Giasone), che è una catastrofe antropo-ecologica. Ed il tragico finale mostra l’inevitabile destino dell’umanità, che non potrà che manifestarsi anche a livello ambientale.
La domanda che avevo posto sull’incontro tra Pasolini e Guénon (dopo le tue puntualizzazioni iniziali), ci porta dunque a riflettere e a stimolarci, finché siamo ancora in questo mondo, ad incarnare il senso delle scritture (come anche degli insegnamenti orali, delle preghiere e dei riti), evitando di cadere in un mero studio accademico venato di sfumature narcisistiche (o riducendo la religione ad un’abitudine cerimoniale, o ad un attegiamento sentimentale), che significherebbe proprio dirigersi nella direzione opposta.
Un saluto
Eduardo
Emanuela ha scritto:
Grazie, Beatrice, per avermi invitato in questa discussione. Non sono affatto una specialista di Vedanta, per cui non mi pronuncio a proposito.
Mi sembra di poter intervenire invece su un punto interessante che sollevate, ovvero l’apparente contraddizione in Pasolini tra una cultura storicista di stampo marxista ed una legata alla dimensione metastorica del mito. La contraddizione, almeno questa volta in Pasolini, può essere sciolta distinguendo due fasi nella sua vita: una, quella degli anni Cinquanta, in cui domina un’impostazione più storicista, ma mai marxista ortodossa; l’altra, definita più compiutamente a partire dalla metà degli anni Sessanta, in cui prevale una dimensione metastorica. Per esempio, la concezione lineare della storia è completamente stravolta in Petrolio (postumo, 1982), dove si arriva ad una visione ciclica, di cui lui parla esplicitamente nell’ultima parte dell’appunto 129c. Contro l’idea di una Storia unilineare e successiva, Pasolini parla di una storia in cui tutto è compresente. Medea, ma anche Edipo Re, sono film in cui questo concetto di compresenza è centrale.
In generale sull’argomento, vale anche la pena esplorare il rapporto tra Pasolini, Pound e la cultura contadina, perché anche in quel caso si trovano interessanti affinità di pensiero su un’etica fondata sull’equilibrio fra uomo e natura.
Se vi interessassero i riferimenti bibliografici, fatemi sapere.
Complimenti per gli spunti di altissimo livello che mi avete dato sulla relazione tra Pasolini e il Vedanta.
Un caro saluto,
Emanuela
Beatrice ha scritto:
Grazie Emanuela, hai chiarito dei punti fondamentali per comprendere il percorso di Pasolini, anche e non solo, in relazione alla questione posta da Eduardo.
Faccio le presentazioni:
Emanuela Patti, ha appena pubblicato un saggio sull’eredità intellettuale di Pasolini: “La nuova gioventù?” Ed. Joker http://www.edizionijoker.com
Eduardo Ciampi si occupa di Saggistica Tradizionale http://www.saggisticatradizionale.it
Grazie a entrambi.
Beatrice ha scritto:
Sì, Emanuela, riferimenti bibliografici interessano senz’altro, se non ti disturbo. Specie sull’argomento della visione della compresenza.
Intanto vado a vedermi l’appunto 129c.
Grazie ancora della disponibilità.
claudia ha scritto:
Grazie Beatrice per avere recuperato e pubblicato questo questo interessantissimo articolo di PPP sul Vedanta. Sarebbe interessante che questa discussione contniuasse perché ha un rapporto stretto con l’attualità e in maniera più estesa, con l’appropriazione e distorsione da parte della destra di un patrimonio di idee che non sono suscettibili di essere circoscritte all’interno di una definizione che le limiti. Le osservazioni di Emanuela in questo senso invitano a riflettere su un’apertura verso una concezione della storia che non sia limitante per l’inviduo e nei confronti di una percezione estesa della koiné necessariamente umana in cui si colloca la manifestazione limitata nel tempo che offre all’individuo l’opportunità di staccarsi dal bene e dal male per via esperienziale.
In ogni caso, riflettere sulle stesse riflessioni di uno dei più grandi intellettuali italiani del secolo scorso rigenera e porta una boccata d’ossigeno nel panorama culturale ormai privo del desiderio di affondo nel quale ci troviamo ahimé ora.
Sarei anch’io felice di ricevere indicazioni bibliografiche sull’argomento proposto da Emanuela.
Emanuela ha scritto:
Riguardo i riferimenti bibliografici, in quel saggio che avete citato ci sono due saggi, non scritti da me, ma da Fabio Vighi e Francesca Cadel, rispettivamente su Medea e su Pasolini, Pound e l’etica legata alla cultura contadina. Sulla concezione non-lineare della storia bisogna invece guardare all’ultimo Pasolini, in particolare “La Divina Mimesis” (nelle note finali esistono interessanti riferimenti ad un’idea di storiografia stratificata), ancora ai film “Edipo Re” e “Medea” e “Petrolio”.
Intanto penso anche a qualche saggio da segnalare…
Beatrice ha scritto:
Ciao Claudia,
per prima cosa vorrei risponderti a proposito dell’”opportunità di staccarsi dal bene e dal male”. Quello che talvolta erroneamente passa con questi termini è il supermanto della dualità che, nel Vedanta, è invece indicato come superamento dell’”io” e del “tu”, e del “mio” e “tuo”, esattamente con questi termini. Mai si intende lo sconfinamento nell’adharma, cioè oltre i criteri etici e religiosi che informano la vita delle persone (e del cosmo), siano esse persone comuni o illuminati. Anzi, è per il dharma, cioè attraverso l’applicazione dei precetti religiosi e spirituali, che si raggiunge gradualmente quello stato adatto ad affrontare il superamento della dualità. L’illuminato, sebbene sia al di là del dharma, lo rispetta per amore degli altri.
Quindi, il Vedanta traccia un doppio piano, di cui il più elevato è un processo di ascesi radicale, tanto che i primi yogi intercettati dai missionari occidentali *si dice* approvassero caldamente i contenuti dell’”Imitazione di Cristo” (!!!) indicandolo come un libro dello Yoga. Il falso problema del bene e del male potrebbe essere stato desunto dall’istruzione di superare attrazione e repulsione, come riflessi psicologici dell’ego.
Sull’appropriazione politica si potrebbe scrivere una tesi, piuttosto che un commento. Credo che lo stigma occidentale sulle dottrine esoteriche (il doppio livello) , iniziatiche o teosofiche, abbia fatto il gioco della strumentalizzazione, confinando queste conoscenze a una zona oscura, marginale, disorganica – cosa che non è accaduta in oriente, dove sono riconosciute delle autorità, più di una, che preservano questo patrimonio tradizionale dalle degradazioni del discorso mondano: anche in questo caso esistono delle limitazioni, ma è indubbio che il sistema di trasmissione ha funzionato. Mentre in occidente è diventato un pensiero banalmente “controcorrente” e dunque, oltre che di richiamo per ogni genere di egocentrici, tendenzialmente polemico o di provocazione, o addirittura “pericoloso” per sua vocazione.
Questa posizione ha favorito la proiezione di istanze ideologiche e mistificatorie, che semplificano il problema e lo riportano dentro le nostre consuete contrapposizioni.
Ieri sera un ragazzo mi diceva che Guenon “ha messo i paletti” nell’esoterismo. Cioè, in altre parole, ha dato alla materia un rigore filosofico e un metodo, indubbiamente. Anche se siamo (o se fossimo) tutti d’accordo su questo merito, vedi che la sua notorietà è dovuta in molta parte all’icona dell’antimoderno. Così come la prof. Marchianò lamentava in un’intervista di come l’opera del grande Elemire Zolla sia ancora oggetto di atteggiamento pregiudiziale.
In questo senso è esemplare per indipendenza e onestà il percorso di Pasolini. Io ho apprezzato anche il libro “L’odore dell’India” e il filmato “Appunti per un film sull’India” che esprimono con vivacità il confronto con le idee acquisite e la scoperta della propria visione dell’altro.
claudia ha scritto:
Ciao Bea,
grazie per l’importante precisazione. Questo tuo post sta diventando terreno di una discussione molto interessante. Rigrazio anche Emanuela per le segnalazioni bibliografiche.
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