Dio personale e Dio impersonale. Una lettera.

Salve Beatrice,
desidero avere dei chiarimenti sull’insegnamento di Sri Ramana Maharshi.
Questi considera Dio la Suprema Realtà non duale e quindi priva di caratteristiche e qualità. Poi però sostiene che Dio si prende cura personalmente di ciascuno di noi e che questo dovrebbe indurci ad abbandonarci a Lui. Personalmente non riesco a realizzare come si possa conciliare il nondualismo di chi crede ad un Dio impersonale con una visione delle cose in base alla quale Dio si occupa personalmente di noi. Ci vedo una contraddizione in termini. Se le fosse possibile aiutarmi a comprendere meglio il pensiero di Sri Bhagavan gliene sarei grato.
Un fraterno saluto (lettera firmata)

Salve (…),
grazie della fiducia che mi accorda.
Non oserò tentare di interpretare le parole di Ramana, posso al limite cercare di chiarire il punto, alla luce di quello che conosco della filosofia indiana.

L’esistenza di due gradi di consapevolezza del divino, una personale e una impersonale, ha costituito il fondamento per definire il sistema Indù una “doppia religione”: una per la fede delle persone comuni, bisognose di un Dio qualificato e personale, una per gli iniziati al cammino della non-dualità, che aspirano a realizzare la Realtà Suprema senza attributi, o impersonale. Questa duplicità ovviamente è formale e prende atto semplicemente di due diversi gradi di consapevolezza spirituale che si determinano nella coscienza umana, non in Dio. Non esistono in realtà due condizioni divine, ma solo una, quella impersonale, senza attributi e senza dualità, che pertanto racchiude tutto l’esistente, lo comprende e lo unifica.
Il fatto per cui l’Assoluto non nega e non abbandona l’umano è proprio nel suo Essere, cioè essere Reale, esistente, “Sat”, non una mera costruzione intellettuale o astratta. Il fatto che “esista” è sperimentabile anche attraverso la devozione al Dio qualificato verso cui indirizzare la propria speranza di salvezza e di liberazione; Quello esiste, E’, perciò non mancherà di palesarsi alla consapevolezza del devoto secondo i desideri e le capacità di comprensione di questi. Perchè con questa manifestazione amorevole o compassionevole è evidente che il cammino, da qualsiasi stato di coscienza incominci, non va verso una vuota astrazione filosofica, ma verso una presenza reale e sperimentabile, che è già presente.
La devozione, o bhakti, è caldamente sostenuta da tutti i Maestri della Tradizione Vedanta. Soltanto alcune trasposizioni occidentali, o filo-occidentali, hanno declassato il valore e il ruolo della devozione a pratica “minore” o addirittura sconsigliata, compiendo un’operazione filosoficamente scorretta.
L’abbandono a Dio, con o senza attributi, corrisponde al fondamentale gesto interiore di abbandono del giudizio su se stessi, sulla vita e sulle cose, che è essenziale se si vuole arrivare ad abbandonare l’automatismo del desiderio e della repulsione, ovvero le ambizioni e le paure che vincolano la coscienza all’io corporeo e limitato, quindi alla sofferenza o al samsara. Più l’abbandono dell’io è fiducioso e sereno, più la coscienza è libera di aprirsi alla consapevolezza della Realtà Suprema – che definiamo impersonale, nonduale, ecc, ma che in realtà E’, semplicemente E’, è l’unica realtà. Con la devozione si coglie in maniera naturale e graduale questa Realtà.

Ramana, come gli altri saggi e illuminati, non cercava di dare sfoggio di erudizione filosofica, ma di aiutare le persone a realizzare il Sé; per cui non negava, ma sosteneva e indirizzava nella giusta direzione, anche la pratica religiosa semplice, le tradizioni e le pratiche che da millenni sono strumenti dell’evoluzione spirituale. Spesso può capitare di leggere delle “contraddizioni” perchè si cerca di individuare un percorso filosofico puro, quasi accademico, quando l’insegnamento spirituale è invece un sostegno dato disinteressatamente a tutte le coscienze e a tutti i cammini, senza operare esclusioni o scissioni tra i diversi gradi di realtà. Diciamo così, la mente divide, la spiritualità unifica. Questo è il suo scopo.

Un cordiale saluto,
Beatrice

2 Replies to “Dio personale e Dio impersonale. Una lettera.”

  1. ANNAMARIA SISINO

    perdere l’io-minuscolo-trovare il Sè-maiuscolo:ènecessario ?perchè?PER NON SOFFRIRE?MA AMARE è L’UNICA ALTERNATIVA ALL’INDIFFERENZA E COMPORTA SOFFERENZA MA QUESTA SOFFERENZA è IL VOLTO DELL’AMORE,PERCIò è LOGICO CHE DIO CHE è AMORE TRASFONDA NELL’UMANITà UN FLUSSO INARRESTABILE DI AMORE CHE COME L’ACQUA VA NATURALMENTE A RIEMPIRE DOVE TROVA UN VUOTO DA RIEMPIRE,COSì QUESTO AMORE PROVENIENTE DA DIO TROVANDO UN CANALE NELL’UMANITà,DILAGA SOPRATTUTTO DOVE C’è VUOTO D’AMORE, SOPRATTUTTO VERSO I NEMICI MA GUAI A PENSARE CHE CIO’ SIA POSSIBILE A FORZE SOLTANTO UMANE COME INSEGNA IL TERRIBILE FILM DOGVILLE

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