Una ragazza testarda e malinconica.
Posted by Beatrice on August 26, 2007
Si vedono chiaramente già nell’espressione del volto ancora adolescente la determinazione, la durezza e la forza di volontà della piccola albanese macedone. Della tormentata vicenda della sua fede si era già bisbigliato, qualcosa era finito per trapelare perfino nello sceneggiato televisivo a lei dedicato. Non di meno, per decenni Madre Teresa è stata presentata come un’icona melliflua dell’amore, o invece di quell’amore militante
contro i nemici della religione cattolica e dei suoi valori, quasi un profilo di cartone con cui nascondere, se ce ne fosse bisogno, l’abisso del cuore in cui si deve immergere il cercatore di Dio. Per il paradigma del catechismo materialista, lei aveva semplicemente nutrito gli affamati, vestito gli ignudi, eccetera eccetera, mentre ciò che di più spirituale l’aveva animata – la lotta del cuore, gli errori, la ferocia del divino – era registrato solo dai detrattori come onta da sbandierare anche questa, ma a sostegno delle tesi anti-cattoliche. Perciò ad alcuni la “santa” è diventata antipatica, senza nulla di personale, dato che non tutti apprezzano veder sventolare bandiere come argomenti spirituali. La questione, tra l’altro, sembrava un dibattito tra le due tesi materialiste dominanti: meglio servire la materia appellandosi a Gesù o appellandosi al materialismo storico? Nonostante la pessima compagnia, però, la suora per eccellenza è rimasta sempre un tarlo nella coscienza dei ricercatori, come un mistero non rivelato, qualcosa che è stato nascosto dalla prepotente campagna mediatica con la sua effige, e che aveva certamente molto da illuminare. La radicalità e la potenza della sua esperienza “sul campo”, che non hanno avuto eguali, l’amore per Cristo e l’assorbimento profondo della spiritualità indiana, non induista-settaria, l’anelito non privo di apparente sciovinismo a realizzare l’unicità del Cristo, ad ogni costo, l’ascesi senza concessioni, ci sembrano potenti fendenti di Viveka, della discriminazione filosofica che vide impegnati i grandi mistici-filosofi dell’Essere. C’è un mistero che le fa abitare il Kalighat di Calcutta, luogo di Kali, figura materna e crudele, luogo di amore, di sofferenza e di sacrificio fin dalle origini, che chi non badi alle forme esteriori osserverà con ammirazione e fiducia. Se si riesce a riconoscere il mistero di questa manifestazione sotto le spoglie ignoranti della suora cattolica, vi troverà la shakti oscura della divinità ancestrale, e perderà ogni diffidenza per la donna dura e mistica che governava il Kalighat nel XX secolo.
Io attendevo che finalmente si potesse conoscere la sua testimonianza diretta, non quella istituzionale, perchè si potesse meditare sulla realtà del servizio al divino, andando al cuore della faccenda. Non basta lavorare con il corpo e con la mente al servizio degli altri: ciò che stabilisce l’efficacia, la riuscita e la realtà dello scopo è il rapporto individuale che si stabilisce con quell’invisibile di cui i corpi, le sofferenze e le opere pie non sono che strumenti inutili. Affannarsi soltanto intorno ad essi, con la cecità zelante del buon credente spesso è fonte di cocenti delusioni, a volte di manipolazioni, il più delle volte di velleità e fallimenti. Che cosa rende differenti gli esseri come Teresa da noi inutili idioti? Possiamo saperlo solo se avremo accesso al suo cuore, se per davvero, come titolano i giornali di questi giorni, la suora aveva trovato il tempo e la voglia di confidare il suo cammino per iscritto a qualcuno. Il 4 settembre uscirà il libro che certamente leggeremo e in cui, si dice, Teresa confessa con rammarico l’oscurità del suo cuore, che ovviamente soffre come “mancanza di fede” e che pioverà, da quello che si legge, come una doccia di luce. Già mi sento di consigliarne la lettura a tutti, sperando che nessuno abbia osato manipolare o commentare il testo capziosamente, perchè finalmente la troppa popolarità della sua immagine pubblica potrebbe rivelarsi cruciale per diffondere semi di verità e di esperienza preziosa. Ci sono parole che sembrano necessarie per lavare dalla coscienza collettiva un po’ dello sciocco perbenismo, della millanteria e dei birignao che sono ancora la sugna spessa che ricopre tante coscienza di credenti pigri, o forse troppo timorosi di avvicinarsi al Mistero Divino.
Negli stralci che sono stati anticipati sembrano echeggiare le parole di una coscienza che abbia ampiamente superato le barriere della forma-dio qualificata, dell’aspetto inferiore e personale del divino, per affacciarsi, quasi involontariamente, con stupore e con tormento, a quell’infinito insondabile alla ragione e all’immaginazione che si trova al di là di esso; quello solo che impelle a vivere nell’umiltà del cuore più radicale, dove non c’è più “luce” (oltre “lo schermo di luce” diceva Patanjali), non più illusione o illusoria certezza, solo essere l’inconsapevole strumento abbandonato alla incommensurabilità dell’Essere Supremo.
«Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio – ha scritto Madre Tersa in una lettera inviata all’arcivescovo di Calcutta, Ferdinad Pèrier, nel 1956 – non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero… Io non ho alcuna Fede. Nessuna Fede, nessun amore, nessuno zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla… Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio».
«Signore, mio Dio, perchè mi hai abbandonato? Io ero la figlia del Tuo amore, divenuta ora la più odiata, quella che Tu hai respinto, che hai gettato via come non voluta e non amata. Dov’è la mia Fede? Ho dentro di me così tante domande senza risposta che temo di rivelarle per paura di dire una bestemmia. Se ciò accadrà, mio Dio, ti prego perdonami»
«Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno. Sola… Dov’è la mia Fede… Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità —Mio Dio—come fa male questa pena sconosciuta… Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero… Io non ho alcuna Fede. Nessuna Fede, nessun amore, nessuno zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla… Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio»
«Quando cerco di elevare il mio pensiero al cielo, è così schiacciante il vuoto, che quegli stessi pensieri ritornano come pugnali acuminati e feriscono la mia anima. Mi vien detto che Dio mi ama. E tuttavia la realtà dell’oscurità, e del freddo e del vuoto, è così grande, che nulla tocca la mia anima. Che abbia fatto un errore, nell’arrendermi così ciecamente alla Chiamata del Sacro Cuore?». Troverà da sola la risposta, o una delle possibili risposte: «Sono giunta ad amare il buio—poiché credo adesso che sia parte, una piccolissimaparte, del buio e della sofferenza di Gesù sulla terra… Oggi sento davvero una gioia profonda — che Gesù non possa soffrire più oltre la sua agonia —ma che voglia soffrirla attraverso di me».
“Gesù ha un amore molto speciale per voi. Mentre per me il silenzio e il vuoto sono così grandi che guardo e non vedo, ascolto ma non sento”
La raccolta delle lettere scritte a colleghi e superiori in 66 anni di professione religiosa è in uscita il 4 settembre, “Mother Teresa: Come be my light” (“Madre Teresa: vieni e sii la mia luce”). Oggi, 26 agosto, ricorre l’anniversario della sua morte.

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