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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Un traghettatore.

Posted by Beatrice on August 30, 2007

Era quasi la metà degli anni ’90 e sembra il secolo scorso. Era la fine del secolo scorso, non solo dal punto di vista temporale, era qualcosa che potremmo chiamare un evento epocale o una mutazione storica. Le nostre case, o le stanze private, rigurgitavano carta: libri e giornali, riviste, cataloghi, qualsiasi cosa potesse contenere informazioni, e in un angolo stava appisolato uno dei primi personal computer che abbiamo posseduto, forte della sua terrificante schermata nera. Fino a quel momento era stato un attrezzo per ragionieri, matematici e scorbutici vari, imparato a malavoglia e malamente capito da tutti gli altri. Le cose belle stavano altrove e per rintracciarle avevamo raccolto tonnellate di carta, che però andava in una sola direzione: da un polo oscuro di produzione a noi avidi e un po’ patetici consumatori. Magari sognavamo gli epistolari infiniti tra gli scrittori del novecento, magari avevamo riempito centinaia di quaderni a mano tanto per non impazzire. Era la vita di “prima”, almeno quella di chi ha bisogno di caratteri scritti come le balene del plancton.

C’era però Franco Carlini, e qualcun altro, che dalla carta scritta con cui ci sommergevamo cominciava a disegnare il futuro di una forma di comunicazione in cui le distanze geografiche e politiche del pianeta non sarebbero più state una prigione invalicabile, in cui dai rapporti di contiguità (del rapportarsi con chi abita nello stesso territorio) si sarebbe passati a rapporti di comunità tra persone di simili interessi o percorsi: virtualità. Avrebbe reso intelligibile e attingibile la complessità del mondo, quando con questo strumento avremmo avuto immediata disponibilità di informazioni, testi e contatti personali. Tutto quello che era dilatato e disperso in lunghe traiettorie del tempo e dello spazio, si disponeva in un insieme orizzontale che si raggruppava immediatamente per chiavi, e quel tutto poteva diventare altro, perchè la conoscenza si liberava e si rielaborava in flussi non più direzionati.

Alcuni, come Carlini, dicevano che questo strumento avrebbe cambiato il mondo, su questo non mi sarei sentita di giurare, ma ero sicura che ce ne fosse abbastanza per cambiare la mia vita personale, almeno. Perchè questa cosa, tra gli altri vantaggi, aveva una unicità: dovevamo ancora costruirla e l’iniziativa, o la possibilità, era aperta a tutti. Io avevo venti-qualcosa anni, condizione che influenza parecchio il mio giudizio attuale, e se avessi potuto materializzare un solo desiderio avrei fatto Internet. Internet si materializzò.

Per anni le cose progredirono su due binari: un mondo e una vita di rete che agli albori era un “paesone”, come ci si diceva, di persone in qualche modo note le une alle altre, e un mondo esterno che invece si faceva suggestionare dalla guerra mediatica che i media tradizionali, in primis la televisione, scatenarono contro Internet, luogo di oscure malattie dell’anima e predatori sessuali, virus e frodi. Così che, fino a poco tempo fa, dire di lavorare nel campo della comunicazione on line poteva comportare di ricevere il più brutto dei commenti: “sei sempre la solita”, che significa che avevo pessimi amici, ma letteralmente dovrebbe significare: ti metti sempre in imprese assurde e al limite del lecito, sei una fallita, non hai capito niente. Finché solo questa estate, di fronte alla resa delle televisioni che sparano url ogni quattro parole, per la strada, in spiaggia e in pizzeria si ascolta la gente parlare sempre e solo di Internet, consigliarsi siti, spiegare termini tecnici, raccontare di incontri o di eventi accaduti grazie alla rete o in rete. L’ “era”, in qualche modo, è arrivata.

Per arrivare e per continuare a svilupparsi sono stati necessari dei livellamenti, vincere la triste obiezione dei molti: “sì, ma a che serve?”, aspettare il lavorio di gusti e di tendenze, inventare piattaforme semplici, aggregatori di notizie, possibilità di seconde vite, e il dilagare della mania del commento. Forme e strumenti che Carlini ha continuato a criticare con intelligenza e indole positiva.

E a questo punto il traghettatore se ne va, come nelle favole e nelle leggende. Franco Carlini è morto ieri, 29 agosto, a 63 anni.

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