Pane d’altri.
Posted by Beatrice on July 20, 2007
Il parroco del mio quartiere è convinto di dire messa a Manhattan. Da quando ero bambina lo vedo dibattersi in questa pietosa allucinazione, per cui le sue omelie sono un continuo misurare le spropositate ricchezze dei parrocchiani e decidere che “Dio”, che è un specie di oste sempre intento ad apparecchiare la mensa, chiede che ciascuno metta mano al portafogli e dedichi un parte ingente di tanta sperequazione a beneficio di altri, affinché siedano alla medesima mensa con noi eccellenti, invitati prescelti. Il mio quartiere invece è un tristissimo agglomerato popolare, fatto di grossi parallelepipedi di cemento sorti ordinatamente per dare casa ad operai e modesti impiegati, posto tra l’autostrada e la circonvallazione, fino a poco tempo fa ancora intervallato da vaste aree edificabili coperte di erbacce e siringhe. Ma il nostro parroco è convinto che questa sia la parte eletta e facoltosa del globo, da richiamare alla povertà evangelica e all’altruismo. Davanti alla sua chiesa di cemento, facendo cento metri in una qualsiasi direzione si incontrerà uno dei tre bar dove di regola si ritrovano alcolisti, spacciatori e bari. Forse aver sentito ripetere per anni delle favolose ricchezze e della fortuna da cui erano baciati ha convinto questi poveracci a scialacquare la propria vita come miliardari immaginari. Forse sentirsi dire che vivevano nel lusso li ha gettati nella disperazione per le case a scatola di scarpe in cui sono costretti a vivere. Forse se quello che dovrebbe insegnarti a guardare la verità mente, sei costretto a distrarti per far finta che sia vero. In ogni caso, quale sia il motivo, hanno assorbito completamente la convinzione di essere materialmente e spiritualmente all’apice del mondo e hanno abbandonato, forse neppure accarezzato, qualsiasi progetto evolutivo, per terminare le proprie vite nello stesso recinto di cemento dove avevano avuto inizio, lasciandosi mangiare da quei vizi tristi alla portata di tutti.
Da bambini l’ascolto domenicale, obbligatorio per tre anni più tre, praticamente un corso di laurea, ci mandava a casa con l’animo a stracci, convinti di valere nulla, sempre più sprofondati nel materialismo e già precocemente nichilisti. Però gonfiava di orgoglio il petto degli anziani, sfuggiti alla dura vita agricola per inurbarsi e fieri di essere finalmente apostrofati “ricchi” e ammoniti per la propria ostentata opulenza. La vanità gli impediva di vedere la crudele presa in giro e le facce si facevano severe e ottuse, concentrate ad assaporare la valenza morale dell’immergersi completamente nella materia e nei suoi valori cupi.
Quasi trenta anni dopo, il parroco, sempre più sicuro di demolire l’ultimo totem dell’iniqua opulenza del mondo, si rivolge ai convenuti al battesimo di mio nipote quali possessori certi di play station e tv al plasma e chiede di paragonare la loro “fortuna” alla vita miserevole di alcuni indigeni del Sud America che si devono aiutare economicamente attraverso una missione che creerà aziende, cooperative ecc per avviarli ad una professione dignitosa. Niente carità semplice, ci assicura, ma un progetto mirato all’autonomia delle persone. I nuovi modelli di welfare si impadroniscono anche delle omelie del mio parroco. Intorno a me non c’è nessuno che possieda una play station, ne sono certa; forse c’è un aspirante al tv al plasma. Qualcuno però pensa che tutti noi abbiamo questi due simboli, o che siamo sensibili alla loro evocazione, e decide di avviare gli indigeni, privati della propria terra e della propria cultura spirituale, a diventare schiavetti a costo zero per raggiungere un giorno la nostra opulenza fantasmatica, irreale e inutile, come il loro sacrificio.
Da bambina questi pensieri mi facevano esplodere di rabbia, pensavo: la mia vita vale zero, perchè è fatta di cose che non merito, dio è fatto di pane e ci chiama alla mensa, e tutto questo è destinato ad altri che soffrono initerrottamente, privi di coscienza autonoma. Oltretutto era domenica, e forse qualcuno ricorda la luce, il riverbero bianco agghiacciante che rimbalzava dai quartieri nuovi a calce e prati sterrati. L’idea che questo vuoto orrendo fosse la massima fortuna mi lasciava allibita, senza speranza. Da quel poco che ne sappiamo, in trenta anni quei bambini che dovettero inghiottire il pane d’altri sono scomparsi misteriosamente, forse risucchiati dalla playstation, come dicono i giornali, forse schiacciati dalla ottusa “ricchezza” dei padri, tetra e ricattatoria, mai esistita, semplicemente calata nominalmente sulle loro spalle quale era: una proiezione di vanità.

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