subscribe to the RSS Feed

“Water” : la Verità è Dio.

Posted by Beatrice on June 7, 2007

Con qualche apprensione mi sono apprestata a vedere questo bel lavoro di Deepa Mehta, presentato un po’ ovunque come un film di denuncia sulla condizione delle vedove e delle donne nell’India tradizionale. Posizione che a suo tempo scatenò le ire dei fondamentalisti Indù, che non approvavano una rappresentazione così parziale della propria cultura e, dall’altra, guadagnò le simpatie interessate dei nostri paladini dei diritti umani – un film con un pessimo curriculum, insomma. E’ che a volte le parole coinvolgono più dei fatti. Se denuncia c’è, si definisce nelle poche righe che aprono e chiudono la pellicola, all’inizio citando le istruzioni della Legge di Manu sul trattamento delle vedove e alla fine con un dato statistico sul numero delle persone ancora potenzialmente coinvolte nella sua applicazione, fuori legge, per semplice superstizione o , come dice un protagonista del film, per mero interesse travestito da religiosità. Il film non è una gelida accusa, è se mai il ritratto di un travaglio storico, rappresentato con la massima cura, quasi con delicatezza, con rispetto degli esseri e infine con grande poesia – che ritorna dappertutto, anche nelle personalità dipinte come più squallide. La famigerata “condizione delle vedove indiane” è di fatto un contenitore, duro ed esigente, perchè lo spirito, attraverso le protagoniste, si dispieghi nelle sue molteplici espressioni. Come se un’intera cultura fosse ritratta nel profondo e nel vero della propria spiritualità, messa davanti all’ineluttabile: la morte, la società, la ricerca di Dio e della Verità. Ognuna delle protagoniste, e dei protagonisti, ne esprime una visione profonda e singolare. Madhumani che dirige cinicamente la casa delle vedove, ringrazia il “suo” Shiva che sembra incarnare grottescamente, l’eunuco spiega gioioso la propria teologia a Kaliani <<così come dio gioca all’incarnazione di Krisna, io gioco la parte delle sue pastorelle>>, Kaliani getta il suo cuore ai piedi di Krishna e all’amore; e infine la solida Didi, che segue gli insegnamenti del suo guru e lo serve con devozione, che conosce i propri limiti e li confessa con umiltà, è il cuore del film, il travaglio tra la fede e la libera coscienza. La risposta ai suoi interrogativi le arriverà dalla voce del Mahatma Gandhi: <<Se prima credevo che Dio fosse la verità, ora so che la Verità è Dio>>. Solo chi ha servito con vera devozione ha il privilegio di ascoltare e realizzare questa rivelazione e poter agire di conseguenza, per grazia del destino tragico di una bambina, che arriva nella grigia casa delle vedove come un segno divino: la necessità di scegliere la propria coscienza, liberarsi dalle convenzioni e liberare disinteressatamente, rispecchiandosi, chi deve essere libero…

Probabilmente il pubblico occidentale, avvezzo a riconoscere solo i tratti esteriori delle religioni, e digiuno degli insegnamenti spirituali, facilmente è caduto nell’errore di credere che questo film sia in qualche modo “contro” la religione. Invece il percorso umano che si dispiega a partire dall’arrivo di Churya nella casa è una straordinaria manifestazione corale dell’intreccio tra la consapevolezza e la tradizione, o le tradizioni, tante quante sono i punti di vista sul mondo, naturali, convenzionali o ideali, intreccio su cui Mehta mantiene senza flessioni la direzione del Sapere spirituale dell’India, che elegge a possibile liberato, o saggio, solo chi della Pura Coscienza farà il suo Maestro, ma non infrange alcun limite e non condanna nessuno per i propri errori, tutti guardando con simpatia, riconoscenza e compassione.

In mezzo ai momenti più alti, si dispiegano tanti dialoghi rubati e paesaggi simbolici, maestosi alberi-tempio che proteggono gli innamorati, luci che galleggiano sull’acqua, e il mito del progresso, conteso tra il fascino per i vizi dei coloni inglesi e la resistenza nazionalista, la credulità delle donne colluse con il proprio destino, l’attaccamento degli esclusi alle vecchie norme dell’esclusione, in cui vivere e mercanteggiare protetti dai tabù, e alcuni dialoghi di “cinema puro”, che con empatia e colore, ci portano a sospendere il giudizio sui qualsiasi nefandezza potrebbe accadere a partire da queste premesse.

Così come l’Acqua del fiume sacro, che dà il titolo al film, accoglie i corpi e le anime, lava, disseta, benedice, trasporta le preghiere, i corpi e le ceneri equanimemente, senza distinzioni, come una Madre e una coltre azzurra che sempre avvolge i fatti e le vicende del mondo, Mehta è gentile e fluida come quell’acqua, non nasconde niente, ma non manipola, non concorre al male: se ci si aspetta un film duro, questo invece è dolcissimo, limpido nel ritmo e nelle scelte cromatiche, naturale e commovente. Un film da guardare e da meditare scena per scena, come un grande affresco dello spirito.

ps: da scegliere assolutamente in lingua originale con sottotitoli.

Condividi:

  • email
  • Print
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Buzz
  • Google Bookmarks
  • FriendFeed
  • del.icio.us
  • Technorati

Articoli correlati:


Add A Comment

home | top