Jatayu, l’aquila, l’avvoltoio e l’androgino primordiale.

Jatayu è il gigantesco uccello primordiale protagonista dell’episodio cardine del Ramayana, il rapimento di Sita. Di lui, come suggerisce il suo nome, si dice che è una delle creature più antiche del mondo e perciò, già all’epoca dei fatti, è incalcolabilmente vecchio. Dalla sua altezza sorveglia il mondo e l’esilio di Rama in particolare, come l’antico invisibile che veglia sul presente, sul nuovo per definizione, il nuovo ordine, Rama. Non lo si vede, è l’osservatore non visto, finché Ravana non riesce con l’inganno a prendere Sita: allora Jatayu lascia le altitudini dell’osservatore e si lancia sul demone e combatte strenuamente. Quasi lo ha battuto, ma la sua vecchiezza lo rende poco veloce e Ravana riesce perciò a spezzargli le ali, guadagnando la fuga e lasciando il vecchio Jatayu morente al suolo. Episodio terribile e commovente, la morte di Jatayu, che lascia un mondo abitato ormai solo da uomini e demoni, con la fine nobile ed eroica dell’ultima creatura dell’origine. Nelle traduzioni Jatayu viene definito a volte come un’aquila a volte come un avvoltoio. Probabilmente, in vero, Jatayu è Jatayu, un volatile gigantesco primordiale, ultimo degli estinti volatili jurassici che ancora sopravviveva all’epoca di Rama, come i primi uomini-scimmia abitatori delle foreste, che hanno un ruolo fondamentale nella storia del mondo e del Ramayana. Si può considerare però la doppia traduzione in aquila e avvoltoio. Aquila è l’animale regale, simbolo del Re: è un’aquila il veicolo di Vishnu, Garuda, come lo era di Giove. Tra gli animali che volano, dice Krishna Continua a Leggere →

Rovine e simulacri. Le cattedrali che bruciano.

In realtà io amo guardare le rovine, le cose che bruciano, le assenze e il vuoto. Per me, se è sacro, deve bruciare, per sua natura e vocazione. Se qualcosa mi ispira e mi eleva è perché mi riporta finalmente al vuoto, o lo conferma e lo rafforza. Però Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli (che è incentrato sulle immagini alchemiche scolpite in Notre Dame)  è stato il mio libro di formazione, almeno uno dei più importanti, senza il quale, cioè senza quello spirito di visione, non c’è un percorso spirituale tradizionale e non c’è ordine nella propria esperienza interiore. Su quelle pagine, sulle immagini che suggeriva, scattavano le connessioni super-logiche che portano la coscienza, poco più che adolescente, a scoprire l’unione segreta che governa ogni cosa, il grembo delle idee, fecondato dal logos, dove nascono gli dei. Certe esperienze vanno fatte presto, occorre esporsi a queste suggestioni prima dei 25 anni, quando la dura madre è ancora tenera. Poi, quando alcuni anni dopo finalmente sono entrata a Notre Dame, certo, sono rimasta perplessa di scoprire che quelle figure non erano poi così facilmente visibili e accessibili al visitatore. Piuttosto, ancora eravamo nel regno di Giovanni Paolo II, la cattedrale era tappezzata di gigantografie del papa, che stava per andarci in visita o forse c’era stato da poco, e del suo messaggio antiabortista. Era come entrare in una mega installazione di Bill Viola a tema antiabortista. La roccaforte tecnologicamente avanzata del messaggio di Roma, come a Roma non si sognavano Continua a Leggere →

In lode della Grande Dea. Origine e tradizione del culto della Madre Divina in India.

Tremila anni prima dell’apparizione del Devīmāhātmya, una civiltà avanzata come quella dell’Egitto e della Mesopotamia sorse sulla vasta pianura alluvionale dei fiumi Indo e Sarasvatī e prosperò in splendore tra il 2600 e il 1900 AC. Le sue città di Harappa e Mohenjo-daro erano tra le più grandi al mondo, e ci sono numerose prove archeologiche che l’India dell’Età del Bronzo sia stata culturalmente ed etnicamente diversa com’è oggi. Come nella maggior parte del mondo antico, diversi culti religiosi probabilmente coesistevano, più o meno pacificamente. Poco prima dell’ascesa della civiltà Harappan, o dell’Indo-Sarasvatī, negli insediamenti degli altipiani nel Belucistan, a nord e a ovest della Valle dell’Indo, le culture pre-Harappa consideravano la Dea Madre, o alcune dee, più o meno allo stesso modo degli altri popoli del Neolitico nel Medio Oriente.
Prevedibilmente per una società agricola, le immagini della dea pre-Harappan mostrano temi relativi alla fertilità e ai cicli della natura. Realizzate in argilla cotta, le statuine condividono caratteristiche comuni, come capelli riccamente elaborati, collane ornate, facce simili a uccelli, fianchi larghi e seni pieni. Spesso rappresentano la forma femminile dalla vita in su, quasi a suggerire una dea della terra che emerge dal suolo. Alcune, con le mani sul petto, suggeriscono una madre benevola e nutriente. Altre, spesso incappucciate e con visi truci, talvolta a forma di teschio, suggeriscono una dea del mondo sotterraneo che è il guardiana dei morti e forse del seme interrato. I loro macabri volti e le loro bocche distorte sembrano concepiti per evocare il terrore, ed è facile immaginare la dea che rappresentavano come un prototipo di Kālī. Continua a Leggere →

Preghiera di Udai Nath

Questo corpo è il Sacrificio, questo corpo è la Coppa. Qui si riversano gli spiriti e le offerte, pure e impure, integre e spezzate, poiché nulla si è preso e tutto si dà. Qui si trasformano, bruciando, l’essere e il non essere. La coppa è l’Amore, la Coppa è il sacrificio. L’Amore è il fuoco purificatore, la sostanza del sacrificio.

Qui convergono i mondi, qui si danno convegno i demoni e i celesti, in attesa festosa e vibrante. Si intossicano beati del sangue che zampilla dal petto aperto del Cavallo che, morendo dissanguato in fiotti, canta le parole sacre, sul tema che solo lui può udire.

Il fuoco del sacrificio, attizzato dal liquore del sangue vivo, eccita i demoni a danzare e gli dei si nascondono in preda alla fornicazione. Il petto del sacerdote arde come nucleo spezzato e si leva la colonna di fuoco tra lo sterno e la corona a stabilire lo spazio sacro verticale, inattingibile – su cui la maschera ridente e spalancata del Bhairava si fissa con gli occhi sgranati, la bocca aperta, a sigillo. Tu che stabilisci il limite originario, l’incommensurabile e il sacro.
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La via dell’Amore

Se poi qualcuno è benedetto da una folgorante devozione, la deve custodire nel cuore, dove ha preso ad abitare, e mai distogliersi da quella luminosità e da quel calore. Attenda di vederla sorgere quando si ritira e sembra tacere, come l’insonne attende che il sole ritorni a scaldare la terra al mattino, quando ancora è notte e freddo. Quindi resti tutto il giorno in ascolto di quella dolcezza e di quella mestizia, si immerga nell’onda di bellezza e di beatitudine e di nostalgia. Nulla è più potente e generoso dell’amore. Nulla sa trattenere e riscaldare il soffio come l’amore. Perché niente interessa all’amante oltre l’Amato, nulla lo distoglie. Allora, mosso dalla dolcezza interna, incomincerà a raccogliere ciò che desidera offrire. Apprenderà quello che è stato detto e fatto per onorare la figura amata dagli antichi e dai moderni, comprenderà quali siano l’immagine e i numerosi riti che hanno rappresentato nei secoli quella figura e ne incomincerà uno suo, che proviene dalla sintesi di ciò che è già stato detto e fatto, ne rispecchierà il gusto e i canoni, ma racconterà il proprio cuore, non la prassi ordinaria, ma la sua personale e vivida rappresentazione, il suo desiderio, la sua vera ispirazione e il suo scopo. Nessuno, nemmeno il guru, conosce più cose del cuore devoto, che per tutta la vita cerca come soddisfare il suo più prepotente desiderio. Nessuno può consigliare, imporre o istruire chi meticolosamente ha deciso di arrivare al suo scopo senza risparmiarsi, raccogliendo la conoscenza e curando Continua a Leggere →

I Siddha e la Via del Rasa

Un Siddha è qualcuno che si dice abbia raggiunto poteri sovrumani (Siddhi) o un Jivanmukthi, un liberato in vita. Il termine potrebbe anche essere tradotto come il raggiungimento della perfezione o dell’immortalità. Tale Siddha dotato di un corpo divino (divyadeha) è Shiva stesso (Maheshvara Siddha). È il perfetto, che ha superato le barriere del tempo, dello spazio e dei limiti umani. Un Siddha nella sua forma idealizzata è liberato da tutti i desideri (anyābhilāṣitā-śūnyam), colui che ha raggiunto un’identità impeccabile con la Realtà suprema. Per un Siddha, il mondo è un campo di gioco (Lila kshetra) in cui sperimenta l’assoluto come il mondo fenomenico. Quindi, in questo caso, la ricerca dello stato di Jivanmukthi è la libertà dai vincoli e dalle debolezze umane, che sembra (ai profani) differente da Moksha, la totale liberazione dall’esistenza. Un Siddha è quindi un mago che sfida la morte e che fa miracoli. Lui è nel mondo, eppure, è fuori di esso. Per un Siddha, il mondo è scivolato dolcemente, anche se permane ancora. Il Siddha è anche descritto come un Kavi, nel senso esposto nel Rig-Veda di un veggente estatico, del tipo di Asura Kavya Usanas (Shukra) – detto essere il figlio di Rishi Bhrigu e Kavyamata (Ushana) – che univa i mondi di Indra e Rudra. Si dice che Kavya Usanas fosse il solo depositario della conoscenza segreta (guhya vidya) della magia vivificante che ringiovaniva il vecchio e il malato e riportava in vita i morti (Sanjivani vidya). Un Siddha, che è un Continua a Leggere →

La filosofia di Shankara

I frutti (phala) del dovere religioso (dharma) sono transitori (anitya) poiché sono dipendenti (apeksha) dall’esecuzione di certe pratiche (anushthana). Ma il frutto della conoscenza (jnana) del brahman, che è liberazione (moksha), è permanente (nitya) poiché non dipende da tali azioni. Le pratiche religiose implicano ciò che deve essere creato (bhavya) e dipendono dallo sforzo e dall’attività umana (purusha-vyapara). Ma l’oggetto dell’indagine sul Brahman, è qualcosa che è già esistente (bhuta), perché è sempre esistente (nitya). Le Scritture che si occupano di pratiche religiose e spirituali istruiscono le persone invitandole (niyujyan) ad agire. Ma gli insegnamenti riguardanti il Brahman istruiscono semplicemente indicando, in un modo analogo a indicare qualche oggetto della vista (aksha) … Ora, le Upanishad insegnano che il fine più alto dell’uomo è realizzato dalla conoscenza del Brahman, che distrugge l’ignoranza e termina il samsara. (Brahma Sutra Bhashya, 1.1.1)

Le cose che devono essere “fatte” (kartavya) dipendono dall’uomo (purusha-adhina). Ma non ci può essere alcuna opzione (vikalpana) rispetto a ciò che è realmente esistente (vastu). Scegliere se fare qualcosa o no è interamente dipendente (apeksha) dall’intelletto umano e dalla volontà (purusha-buddhi-tantra). Ma la conoscenza (jnana) di una cosa reale così com’è in sé (vastu-yatha-atmya) non dipende dalla mente dell’uomo; dipende dalla realtà della cosa (vastu-tantra) … Proprio come la validità rispetto alle cose realmente esistenti dipende dalle cose stesse, così è con brahma-jnana; dipende solo dalla realtà, perché ha come oggetto una realtà esistente. (Brahma Sutra Bhashya 1.1.2) Continua a Leggere →

Kundalini yoga, un articolo da Etudes Traditionnelles, di René Guénon

Cominciando dall’alto, l’assimilazione di sahasrāra , «localizzato» alla corona della testa, con la sefìroth suprema non presenta difficoltà alcuna, anzi il suo nome kether significa appunto « corona ». Troviamo quindi la coppia Hokmah e Binah, la quale corrisponde ad âjnâ , e la cui dualità potrebbe anche essere rappresentata dai due petali di questo « loto »; esse d’altronde hanno per «risultante» «Daath», cioè la «Conoscenza», ed abbiamo visto che la « localizzazione » di âjnâ si riferisce anche all’«occhio della Conoscenza». La successiva coppia, cioè Hesed e Geburah, può essere messa in relazione, secondo un simbolismo molto diffuso che riguarda gli attributi di « Misericordia » e di « Giustizia », con le due braccia; queste due sefìroth dovranno dunque esser sistemate alle due spalle, e quindi al livello della regione gutturale corrispondente cioè a vīshuddha. Quanto a Thifereth, la sua posizione centrale si riferisce manifestamente al cuore, il che implica una corrispondenza immediata con anāhata. La coppia Netsah – Hod troverà il suo posto alle anche, punti d’attacco delle estremità inferiori, analogamente a Hesed e Geburah punti d’attacco delle superiori; orbene, le anche sono al livello della regione ombelicale, quindi di manipūra. Per quanto riguarda infine le due ultime sefiroth pare si debba far intervenire, un’interversione in quanto Jesod nel suo vero significato è il «fondamento », il che corrisponde esatta-mente a mūlādhāra. Occorrerebbe dunque assimilare Malkuth a swādhishtāna come il significato dei nomi sembra giustificare, poiché Malkuth è il « Regno » e swādhishtāna significa letteralmente la «dimora propria» della shaktī. Continua a Leggere →

Shiva Bhairava, la città santa di Varanasi e l’Axis Mundi. Geografia sacra della morte e della liberazione.

Brahmâ e Vishnu stavano discutendo l’uno con l’altro per lo status di Dio supremo. Si appellarono alla testimonianza dei quattro Veda, che proclamavano all’unanimità Rudra-Shiva come la Verità ultima dell’universo. Ma i disputanti non furono in grado di accettare che Rudra, dotato di tanti simboli rivoltanti di impurità e degradazione, potesse essere identico alla Realtà Assoluta di Brahman, la realtà metafisica senza forma dietro a tutti i fenomeni. Fu in questo frangente che Shiva apparve come un ardente pilastro di luce (jyotir linga) che univa gli inferi e il cielo. La quinta testa di Brahmâ lo schernì e Shiva, traboccante di rabbia, creò uno sfolgorante Bhairava in forma umana. Rivolgendosi a Kâla Bhairava come “Signore del Tempo o della Morte” (Kâla), poiché brillava come il dio della Morte, Shiva gli ordinò di castigare Brahmâ, promettendogli in cambio la sovranità eterna sulla sua città sacra di Kâshî (Varanasi). Vedendo Bhairava strappare la testa colpevole di Brahmâ, il terrorizzato Vishnu elogiò Shiva e recitò devotamente i suoi sacri inni, seguito da un pentito Brahmâ. Entrambi quindi riconobbero la suprema realtà di Shiva. La testa mozzata si attaccò immediatamente alla mano di Bhairava, dove rimase come il teschio destinato a servire come sua ciotola per l’elemosina. Shiva quindi ordinò a Bhairava di vagare per il mondo come mendicante per espiare il peccato di Brahmanicidio. “Mostra al mondo il rito di espiazione per rimuovere il peccato di Brahmanicidio, chiedi le elemosine con il rito penitenziale del cranio (kapâla-vrata)”. Creando una fanciulla chiamata “Brahmanicidio” (brahma-hatyâ), Shiva le ordinò di seguire inesorabilmente il Bhairava ovunque si recasse, fino a quando avrebbe raggiunto la città santa di Kâshî, a cui non avrebbe avuto accesso. Lì, finalmente assolto, il dio criminale fu immediatamente promosso al rango di poliziotto-magistrato (Kotwal) e incaricato di escludere l’ingresso di altri malfattori in questa città della morte e della liberazione finale. Continua a Leggere →