Shivabhakta e i nazisti dell’Illinois

August 30th, 2008

C’erano tre giganteschi uomini dell’est, fermi al parcheggio, intorno alle tre. Parlavano tra loro, abbastanza tracotanti, senza eccessi, ma molto visibili, di per sé. Ci siamo scambiati i rituali sguardi cattivi, ma dentro di me gongolavo: chissà dov’era lo gnomo con lo sguardo furbetto che dieci o venti anni fa avrebbe fermato me, ancora ragazzina, o donna sola, per strada e guardandomi di sottecchi avrebbe ghignato: “ma tu non sei di qui…”, alludendo a tutto e a niente, appellandosi alle tracce remote di un dna meticcio per imporre la sua “legge” del più forte, benché piccoletto, storto e cattivo.

Gongolavo per un po’ vedendo che lo straniero stavolta è abbastanza robusto, virile e minaccioso da tenere zitti e a distanza gli gnomi indigeni, che molto più a loro agio si trovano nell’assalire donne sole. Ma già, con la discesa di tanta gente che condivide la parte chiara del mio dna meticcio, le mie difficoltà erano aumentate. Anche per una passeggiata con uomo e cane, non è più bene che indossi le gonne lunghe, le uniche che indosso, o qualcuno dei miei bracciali indiani - gli sguardi sono diretti e feroci e inequivocabili. Un uomo anziano salutò il nostro ingresso nel suo bar sputando teatralmente a terra e bestemmiando la madonna, dopo averci squadrati. Così ho acquistato dei pantaloni e ho messo da parte i bracciali e un po’ di anelli. Ma riflettendoci su, una gonna e un bracciale non dovrebbero essere segni così minacciosi per la collettività.

I guai veri sono arrivati invece per chi è più debole, chi non può cambiarsi di abito, chi ha un colore ancora più definito e un’altra lingua. All’inizio della storia, era stato l’assessore ai servizi sociali del mio e loro luogo comune, che vanta l’inutile titolo di comunista, rispondere alle insistenze del Carlino attorno all’emergenza Rom in città, costituita da ben dieci soggetti, accampati nel parco. Era stata l’occasione di affermare che questa è una città “Calvinista”, dedita al lavoro, in cui certi “fenomeni” non possono e non attecchiranno mai. Era stata, con o senza intenzione, la benedizione e l’avvallo per ogni forma di sciovinismo e di razzismo che questa piccola città calvinista avrebbe poi deciso di mettere in atto. I dieci sono stati poi deportati non so dove, tra gli applausi della folla alle forze dell’ordine.

Tra i vari difensori della purezza della razza che oggi hanno risposto bellicosi contro lo straniero, sempre sul giornale locale, all’ennesima notizia di pestaggio di un nomade, alcuni si definiscono comunisti, e c’è da immaginare che il 56% di loro, come spaccato elettorale locale, sia un “democratico” per definizione. Mi avvertono che i miei concittadini incominceranno a farsi giustizia da soli, a mandare via chi non è uguale, a far pulizia. Ma sono anche incredibilmente sensibili nell’ammonire chiunque dal chiamare neonazista un povero ragazzo con i capelli molto corti e la maglietta nera. Sarà per effetto dell’analfabetismo dei loro avi, che qui si preferisce chiarire il significato esatto di ogni capo di abbigliamento e di acconciatura. Quindi, ricapitolando, esistono esseri diversi che si riconosceranno dalla gonna e dai capelli, che ne identificano la colpevolezza, e esseri uguali che invece hanno l’incolpevole sventura di nascere calvi e nerovestiti. Esercitatevi nelle differenze.

Intanto io mi recherò a fare la spesa in un democraticissimo ipermercato Coop. Attraverserò il corridoio illuminato della galleria dei negozi incontrerò forse, come accadde poche settimane fa, il banchetto propagandistico dei bravi ragazzi di un circolo politico estremista, diciamo così, ormai ingurgitato nell’onnivoro arco costituzionale. Ci siamo scambiati un lungo sguardo doloroso che diceva “Signora, ha qualche problema con la nostra presenza qui?” “No, cari, ho un grosso problema con la MIA presenza qui”. Mi chiederò che ci fanno, retoricamente, intanto che vengo debitamente registrata tra quelli che prima o poi. Rifiuto la tentazione di correre al banco informazioni e protestare perché in un luogo pubblico e privato, di cui sarei virtualmente socia, si lasci fare propaganda ai picchiatori. Intanto, verso sera, quelli aggredivano qualcuno, un italiano, per strada, lo mandavano al pronto soccorso, perché aveva il capello un po’ lungo. Guardo le numerose collane hindu che ho sul petto e mi chiedo quanto manca, adesso che finalmente i tradizionalisti della tradizione nostrana si sentono aggrediti.

Le mie collane mi sono molto care. Raccontano un lungo percorso che non ha prodotto un fenomeno da baraccone pronto a spacciarsi per profeta, ciarlatano e maestro di vita e di morte, ma un devoto, e quell’umiltà che il “calvinismo” aveva dimenticato di insegnare, la chiarezza della vita solitaria, dove non c’è spazio per conciliarsi con la banalità delle filosofie da libro in edicola, e nemmeno con quelle del filosofo dell’essere. Per un paradosso che vedo solo io, e che quindi potete benissimo ritenere sbagliato, queste collane identitarie sono il rifiuto netto e senza appello all’identità che mi si sarebbe accollata in cambio, se non avessi opposto un rifiuto che veniva dal cuore o dalla follia. Non verso la persona qualunque che sono in ogni caso, ma verso quella che avrei potuto essere per avidità e debolezza, l’inganno del non io.

Se avessi invece abbracciato la strada che mi si porgeva con la mano sinistra, e l’altra nascosta, sarei un capitale. Sarei una cosa giustamente senza identità e senza collocazione, conciliatrice come lo sono il denaro, la forza, la persuasione, le parole fasulle. Sarei uno specchio di perfezione e di virtù, ammesso che del meticciato fossi riuscita a scorporare quella negatività che mi fa donna e devota. Avrei giurato e persuaso sulla laicità dell’essere, sull’inesistenza di dio, sulla morte dell’io. Avrei potuto dichiarami al di sopra di ogni credo e tradizione, delle mie radici e della nascita. Al di sopra dell’amore, del Dharma, puro libero arbitro. Ma - la verità è che - quando Dio vorrà liberarsi di me, non incontrerà ostacoli. E, per me, in realtà non c’è altro da dire.

Gli hindu radicali rifiutano l’universalismo dei loro maestri del secolo scorso, come Vivekananda, in nome della difesa del Dharma, nella convinzione che l’unicità nella differenza, affermata dai Veda, si riferisca solo alle religioni del Sanathana Dharma, e non a tutte le religioni del mondo. E questo è vero. Ma il loro movimento, dietro i segni delle Vibhuti e le benedizioni in sanscrito, contratta e protegge gli interessi delle multinazionali straniere, la vera religione dell’occidente, la vera “terza colonizzazione”.

E c’è un tradizionalismo in occidente che chiede a devoti e laici di non scegliere, di farsi guidare ciecamente, di abbandonare il proprio pensiero e abbracciare una nuova performante identità, in nome di una universalità globale e coloniale. Non offre un asilo, come facevano le vecchie comunità devozionali degli anni ‘70, non permette di indossare un abito differente. Ti rimette immediatamente sul mercato, in giacca e cravatta, completamente svuotato di coscienza particolare (coscienza di genere, di classe, di sentimento mistico), votato al servizio di un Dharma che si incarnerebbe nel capitale, nella democrazia, nei consumi, nella alienazione dei rapporti umani.

Ma quello che a me salta all’occhio, quello che si avverte in una cittadina piccola, ricca e razzista, quello che in prospettiva globale sembra un concetto astratto e lontano, colorato di barbe e turbanti - è invece la morsa del tempo presente, delle sue contraddizioni, che non si diluiscono nella visione del passato, a meno di non guardare il nostro, se ne diventeremo capaci.

E’ un discorso sul filo di ragnatela, perché ritorna e si intreccia lo yantra del problema dell’identità, e la domanda “chi sono io” ha soluzione nella risposta più umile e inclusiva. Avrebbe risposta anche interpellando la sporca memoria dei nostri nonni, costretti all’obbedienza di ordini criminali, autori materiali di crimini mai chiariti, che poi li portarono a sentirsi sconfitti o vincitori, a seconda del punto di vista. Un’identità umana - non negoziata con la storia - che manca, che abbiamo cancellato e che non ritroviamo, se non quella gelida delle leggi di mercato, della fascia di consumi, o nella persuasione di appartenere a un gruppo, o meglio a un branco. Non c’è un “io” che ri-conosce se stesso e l’altro, ma un io e altro cancellati dalla sola identità che ci garantisce l’incolumità fisica - dicono i miei concittadini - quella del lavoratore/consumatore, il cui livello e stile di vita è garanzia del vivere democratico e sicuro.

La brutta guerra degli Indù

August 26th, 2008

Mi ero distratta, ultimamente, così mi è toccato risvegliarmi bruscamente stamattina nell’apprendere che mentre noi eravamo impegnati nella solita vita privata, nel privato delle nostre meditazioni e delle nostre malinconie, era scoppiato un tumulto, in India, in cui ha perso la vita una religiosa, in attesa dell’inevitabile escalation. La guerra dei “fanatici” Indù, dicono i giornali. Anche questa volta, sotto accusa sono Dio e i suoi devoti, mai si dovesse pensare un uomo pio e la sua pietas come altro che fame atavica di sopraffazione e di vendetta.

Non ho, in questo momento, tutti i dati a disposizione per raccogliere anche soltanto un profilo della frizione che oggi ha ucciso una suora. Ho la sensazione di non voler andare in India; ho il ricordo che una volta, una avveduta signora cristiana mi consigliò caldamente di trasferirmi là al più presto, e non capivo perché; ho la percezione che l’India sia già troppo Occidente, per me, fanatica Indù, se oggi scoppia una guerra di stampo comunalista e quindi global.

Più o meno mentre in Italia la madonna piangeva sangue a Civitavecchia, in India, una statua di Ganesh beveva latte. Un anglo-indiano, Thackeray, che non fa lo scrittore, salì su un palco e gridò a una folla eterogenea che la rinascita era incominciata che gli indù si sarebbero riappropriati dell’India. Thackeray è un uomo pio perché crede che la statua abbia bevuto, e lo sono improvvisamente i suoi seguaci. Tra il 1992 -93 almeno mille persone perdono la vita negli scontri tra hindu e musulmani e il bilancio negli anni ha continuato a crescere. Non c’è nulla di Indù in tutto questo. Se si vuole, una recente intervista a Lal Kishen Advani [1], leader della destra Indù, spiegherà con nitore che il problema è squisitamente identitario, e l’identità è un problema moderno, o meglio, coloniale.

Nessuna istanza identitaria informa i tradizionalissimi discorsi di uno shankaracharya di enorme carisma che fu Chandrasekharendra. L’identità è già data, occorre che l’indù agisca e si riconosca di conseguenza, che non si faccia corrompere dalle illusioni occidentali. Ma è la visione di un dio-che-cammina. Cammina e parla per quasi cento anni, Chandrasekharendra, prendendo posizioni ferme, scomode e ultra-tradizionali, senza mai dimenticare né il contributo occidentale alla scoperta della filosofia indiana, né la differenza e il declino che questi hanno imposto con una società frammentata e sradicata, votata al successo materiale e alla desertificazione spirituale.

Egualitarismo cristiano e organicismo indù possono incontrarsi? Lo credevano i missionari dell’800, lo credevano gli orientalisti del secolo scorso. Lo crede anche Henry Kissinger, che nel ‘71, colto dalla brama di farla pagare a “quella vecchia strega” della signora Gandhi sostiene Yahia contro l’indipendenza del Bangladesh e fa precipitare dici milioni (dieci milioni!!) profughi sulla già caotica e inondata Calcutta, senza nulla, senza casa, senza nessuno che possa occuparsi di loro. Una task force di suore cattoliche corre a tamponare l’emergenza e l’emergenza diventa il ritratto dell’India che arriva in mondovisione, tra i banchi di scuola quando si studia la geografia, nelle raccolte di fondi per un popolo che, oppresso dalle superstizioni ataviche e crudeli, non riesce a sfamare i suoi poveri e a curare i suoi malati.

Ma gli indiani non temono, Madre Teresa è già nel pantheon delle madri divine, Cristo un maestro dalla spiritualità straordinaria; si tolgono lo straccio con cui mantenevano la purezza rituale davanti a un lebbroso, e la scuola della carità fa scuola, impone un a nuova svolta cristianizzatrice, dopo quelle riformiste, che inventa i Sewa, i tanti organismi che, nel bene e nel male, si sono occupati di riempire i vuoti di un welfare che fatica a tenere a bada un miliardo e mezzo di persone. Tutto può diventare indù. Tutto, anche se qualcuno deve restare se stesso, quello che è sempre stato. I tribali, ad esempio, preda prediletta delle missioni civizzatrici-redentrici dei nostri giorni.

A disconfermare che le idee naziste sulla razza provengano da oriente, come vorrebbe il santo padre, c’è l’evidenza del fatto che sul territorio indiano siano sopravvissuti, indisturbati, centinaia di gruppi etnici, razziali e religiosi completamente autonomi rispetto al contesto indo-”ario”, spesso conservando per un numero di millenni imprecisabile usi, costumi e storie probabilmente paleolitiche. Sono i Pongal, i Santal, gli Andamani (famosi per salvarsi misteriosamente dallo tzumani del 2006) e moltissimi altri. Vivono per lo più nel folto della foresta o ai suoi margini. Facevano i raccoglitori stagionali per gli inglesi, poi tornavano nel folto, non prima di aver speso tutto il salario in sonore bevute; raccontano storie mitologiche che fanno scompisciare e riempiono i libri degli antropologi, hanno regole d’amore e di consuetudini che sembrano sogni. Si sposano quando un ragazzo e una ragazza, durante la festa del raccolto, si danno la mano e si vanno a infrattare nel bosco. La loro perfezione bucolica ha superato ogni contingenza della storia. La loro continuità è stata protetta dai tabù della separazione e dell’endogamia delle caste.

Satyajit Ray, il più illuminato conoscitore dell’India, li ritrae in “Sette giorni nella foresta” (1970), il film dell’iniziazione dei giovani leoni della classe media. Nella foresta abitano i tribali, distillano e bevono un liquore micidiale, hanno donne bellissime e libere, di giorno lavorano e poi si ritrovano in bettola. Se un giovane di città ha finito l’università e si avvia ad affrontare una vita di impieghi statali e matrimoni combinati, prima di incominciare passerà sette giorni, con i suoi migliori amici, nella foresta con i tribali, si ubriacherà, si innamorerà, forse si meriterà una botta in testa e poi tornerà alla vita che gli è destinata.

V’è un seguito al film di Ray, è degli anni ‘90, e ci interroga sul cosa è accaduto nel frattempo. Gli stessi amici tornano nella foresta dove andarono vent’anni prima, ma ora sanno che devono avere paura. “Non sono più luoghi sicuri per gente della nostra classe” dice la moglie di uno di loro. E un signore sibila, durante la conversazione post-prandiale: era meglio quando c’erano gli inglesi, loro sapevano far funzionare l’India. Affermazione grave. Gli inglesi avevano capito le differenze, per esempio facevano raccogliere il tè ai nepalesi, aggiunge. Ora, nessuno sa più cosa deve fare.

Per sapere cosa è accaduto in quelle zone rurali si legga Vandana Shiva, e si ricordi, il fisico, lo scienziato, la progressista, l’ecologista, ha quella grossa macchia rossa sulla fronte. Non è un problema dermatologico.

Un’altra visione delle vituperate differenze, della strana cosa che distingue casta e fuori casta, ce la dà l’occhio puro e curioso di P.P. Pasolini in “Appunti per un film sull’India“. Ha chiesto anche altre cose, agli indiani, ma poi non può fare a meno di indagare la loro coscienza di classe. E va ad intervistare degli operai, di estrazione probabilmente “sudra”, che vivono nella loro bruttina ma solida casa di mattoni. Ma quale coscienza? qui non c’è nulla, gli dicono, in pratica, né speranza né futuro, neanche destino. Non servono un Raja o un dogma, servono già la macchina, l’industria, l’invalicabilità della produzione. PPP sembra perplesso. C’è poi per strada un bellissimo ragazzo, adolescente, con un sorriso formidabile e i gesti rapidi, che lo colpisce, vende cianfrusaglie su un banchetto improvvisato. I passanti ammoniscono il Regista che si tratta di un intoccabile, ma poi faccia come crede. Il sorriso del ragazzo non lascia dubbi, diventerò ricco, certo, dice, chiunque lavori duramente può diventare ricco. Probabilmente la vita avrà limato, come a tutti noi, quel sorriso ottimista. Ma probabilmente tra queste aspirazioni giuste e la loro assenza, sbagliata, si è inserito ancora qualcosa, potente come una semenza geneticamente modificata.

Qualcosa che fa pensare di poter cavalcare, nel tumulto della folla, la tesi dell’aggressione, dell’aggressione occidentale all’India, la terza colonizzazione, la chiamano, quella cristiana. Comunque sia andata, chiunque oggi si senta aggredito, l’occidente ha invaso prepotentemente i comportamenti e la rappresentazione di sé degli indiani, imponendo un’identità religiosa, una formula vuota e uguale per tutti, azzerando differenze che erano vitali per la sopravvivenza dell’ambiente umano e naturale.

Qualche anno fa, poi, qualcuno ha lasciato il cadavere di un uomo all’ingresso di un Math molto autorevole. Ha fatto sì che le due massime cariche dell’istituzione fossero incarcerate, e tratte in arresto durante lo svolgimento di una celebrazione solenne, con enorme scandalo. La politica nazional-religiosa ha potuto così sovrastare l’autorità spirituale, regalando campagne, cauzioni, avvocati, stampa. Liberi su preziosa cauzione, oggi, i rappresentanti della tradizione autentica, girano sorridenti tagliando nastri alle inaugurazioni. Chi aveva protetto la differenza essenziale, unificando la diversità nell’unità, non nell’omologazione, deve solo pensare a salvare se stesso.

Dice mio padre che Montanelli ha scritto che la Chiesa impedì l’unificazione dell’Italia sotto i Longobardi. Dice perciò, mio padre, che la Chiesa è il fattore principale della disunione degli italiani, dell’individualismo che li permea. Diceva Marx che l’India è un’Italia di proporzioni asiatiche.

Ma questo non è un pezzo politico. Non sono fautrice del casteismo, o del tradizionalismo, non sono fautrice di nulla, non sono d’accordo con nessuno. Adoro le suore, dalle suore ho vissuto gli anni più luminosi della mia infanzia. Adoro la suora che durante un meeting interreligioso rilesse le vite di Benedetto e Scolastica, accompagnando il suo intervento con un incontenibile pianto dirotto, per tutta la durata. L’armonia dell’asilo delle suore, il pianto della religiosa assorta nella vita del suo fondatore, sono lo Spirito che riconosco Perenne, dell’universale e dell’umano.

Occorre per questo che chi aspira alla Verità non ritenga che colonialismo e orientalismo siano argomenti da sbrigare in un’ora, ma che invece se ne accresca la coscienza dismisura, paradigma e soluzione di ogni discriminazione filosofica si voglia intraprendere sulla nostra auto-coscienza e sentimento del sacro.

[1] Hindutva as cultural nationalism

The last question: on Hindutva. You have written a great deal on it in terms of ‘cultural nationalism.’ You have been charged with majoritarianism and worse. In response to the contemporary situation, what is your summation of Hindutva?

Majoritarianism is a word coined: it can be applied to America, it can be applied to every democracy. But the fact is that in India political parties, after Partition, came to the conclusion that even though India has been divided on the basis of Hindu and Muslim, we would like it to be a successful democracy. So let us run the government, run the country through this process of elections and vote.

In the process, however, some people discovered that Hindus are not a homogeneous community: they are divided into castes, they are divided into languages, and their identity is more related to that caste or language than to the fact that they are Hindus. In the case of Muslims, it’s different. In that case, it is the religious identity which is predominant. Therefore, if you want to get votes, you try to mobilise vote banks - casteist, linguistic vote banks in the case of the Hindus, religious vote banks in the case of the Muslims or the Christians. That is the reason why all this came in.

So far as we are concerned, we have held that . it was my first party general secretary, Deendayal Upadhyaya [1916-1968], who taught us that in India, Hinduism is not the name of a religion. It’s more of a national connotation. I was just reading an old book by that famous historian of philosophy, Will Durant. It was banned by the Britishers. Because it was Will Durant’s The Case for India [Simon and Schuster, New York, 1930], an excellent book about how the Britishers tortured India, what they did here. But in that he again and again uses the word ‘Hindu.’ ‘I have not consulted any Hindu while writing this,’ meaning I have not consulted any Indian. For him, Hindu and Indian are totally synonymous.

I was telling you about Deendayal Upadhyaya, who has been the greatest influence on me, in terms of conduct as well as in terms of my thinking. He said: ‘In independent India, we want India to be a secular country in which all citizens are equal. Hindutva should be equated to Bharatiyata. Bharatiyat is a Hindu. Indianness and Hindutva are synonymous. Don’t make a distinction between the two. It should mean nationalism essentially.’ Therefore it is that I grew up with cultural nationalism. (L.K.Advani, intervista su “The Hindu”, Luglio 2008)

Cos’è l’Atman - S. Radhakrishnan

August 4th, 2008

La parola “atman” deriva dalla radice “an” - respirare. E’ il respiro della vita - atma te vatah (Rig Veda VII 87.2).

Nel corso del tempo il suo significato si è esteso fino a includere la vita, l’anima, il sé o l’essenza dell’ente individuale. Shankaracharya fa discendere atman dalla radice che significa “ottenere”, “mangiare, godere o pervadere tutto”.

L’Atman è il principio dell’esistenza umana, l’anima che pervade l’essere, il respiro (prana), l’intelletto (prajna), e che li trascende.
Atman è ciò che rimane quando tutto ciò che non è sé sia stato eliminato.

Il Rig Veda chiama il non-nato “ajo bhagh” (Rig Veda X 16. 4) - Esiste un elemento non-nato e immortale nell’uomo che non deve essere confuso col corpo, la vita, la mente o l’intelletto. Queste non sono il sé, ma le sue forme, le sue espressioni esteriori.

Il vero sé è pura esistenza, auto-coscienza non condizionata dalle forme della mente e dell’intelletto. Quando separiamo il sé dagli eventi esteriori, sorge dal profondo una esperienza silenziosa e meravigliosa, sconosciuta e straordinaria. E’ il miracolo della conoscenza di sé - atma jnana.

Così come nell’universo la realtà è Brahman, mentre nomi e forme sono solo espressione o manifestazione, così gli ego individuali sono espressioni differenziate dell’Unico Sé Universale.
Come Brahman è la quiete eterna sottostante le dinamiche e le attività dell’universo, così l’Atman è la realtà fondante che è il sostrato delle potenzialità dell’individuo, il luogo interiore dell’anima.

Esiste una profondità ultima in noi stessi, oltre il piano del pensiero e dell’azione. L’Atman è la realtà perfetta dello “jiva”, dell’ego individuale.

Dr S Radhakrishnan

(Da: The Principal Upanishads by S. Radhakrishnan, Introduction section)

La Visione d’Amore

July 28th, 2008

Ogni essere che abbia affacciato lo sguardo sulla coscienza perfetta, pur non avendola realizzata, ma che ne è stato toccato, commosso o chiamato in qualche modo, ha accesso all’infinità delle combinazioni che sottendono l’unità del Tutto. Tra questa infinità si dà il Riconoscimento tra gli enti, che nelle vicissitudini della vita, improvvisamente riconoscono l’Altro come sé, lo identificano e lo assorbono, anche nella sua forma individuata e raccolgono questa esperienza sotto la voce Amore. E’ un amore “già dato”, è un amore “a priori”, eternemente dato e da sempre, e nel momento che lo si è colto lo si è anche vissuto fino allo scopo unitivo finale. Si rivela già come unione, come unità di due, uno.

Nondimeno, al di sotto e al di dentro di questa visione a priori e unitiva, come esseri umani, e individui incarnati, non siamo esenti dalla necessità di interrogarci sull’amore, di temerlo e di agognare alla sua piena realizzazione. Se abbiamo colto la realtà assoluta dell’uno di due, e non solo una valenza teorica, elegante, ma proprio la sua drammatica esperienza umana, siamo profondamente colpiti dalla instabilità della vicenda umana. Sono le visioni dell’Uno, in qualunque forma, a procurare quella ferita d’amore che desideriamo curare con la spiritualità, con la disciplina o sadhana. Ci incamminiamo perché si guarisca il dolore, perché si chiuda la spaccatura e infine l’occhio che osserva inorridito la piaga.

Abbiamo due strade. La prima, se abbiamo perfettamente compreso quanto espresso sopra, se lo abbiamo anche realizzato e se la nostra vita - e dico: esperienza di ente individuato - è pienamente felice, realizzata e compiuta nel disegno unitivo assoluto: allora quella sporadica visione è una breve e sincera epifania di un continuo, senza conseguenze, senza dolore e senza spaccature. Da questa posizione si origina un dono indiscriminato e fluente su tutto il creato e il dato, e su quello che sarà dato poi, ininterrottamente. La sofferenza e la spaccatura non hanno luogo, semplicemente, qui vengono curate e probabilmente guarite.

In tutte le altre ipotesi, indifferentemente dal livello coscienziale relativo raggiunto o presunto, abbiamo la sola possibilità di materializzare l’amore in quel piano di realtà che ci è proprio, o verso il quale ci dirigiamo. E affrontare dell’amore le conseguenze, piacevoli, spiacevoli e miste, e interrogarci ancora.

L’errore della nostra volontà di amare non risiede nella materia. La materia è cosa inerte e completamente soggetta a ciò che la mente e lo spirito disegnano per lei. E poi la materia è generosa, è silenziosa e sopporta ogni cosa. La mente aspira al possesso, la mente invece difende la sua individualità, la mente si muove e cambia la forma e il nome delle cose, come se esistessero cose, oggetti e soggetti dell’amore, al plurale. Dalla disforia della mente dobbiamo proteggere l’amore.

Se abbiamo visto quell’amore dato a priori, quell’unione già perfetta e felice, questa visione benedica la vita sulla terra, la materia, non la gelosia della mente. Quella benedizione sia energia, che scorra liberamente lungo gli snodi dell’asse vitale del corpo, che si concentri, si misuri, sia apra, crei. E’ abnegazione e disciplina del non attaccamento consentire alle rigide e deformi applicazioni dell’io di farsi attraversare dalla prova dell’amore. Ne soffra, se è, e si interroghi, intraprenda ancora il cammino verso l’indivisibile.

L’io che si crogiola nel possesso della visione, che si rimira rispecchiato nella visione scompone la ferita già aperta dallo smacco duale. Non vi è alcun io nell’Assoluto, né l’Assoluto appartiene a qualcuno. Quell’assoluto non tocca nessuno, non conosce conseguenze, né morte, né disinganno. Invece a tutte queste disgrazie è sottoposta la condizione individuata della mente. E la nostra ferita si allarga disordinatamente ogni volta che l’anelito all’assoluto è funestato dall’esperienza della dispersione, della perdita e dalla mutazione; l’amore che scompare che si differenzia, che cambia, che ci abbandona, che ci delude. Mai dissacrare, mai portare il disordine della nostra discontinuità nell’anelito del continuo. Mai ferire.

Anche queste parole, come altre cose che sappiamo e che sapremo provenire dalla visione, non tocchino, non modifichino la nostra realtà. La realtà è il sacro. Non è la visione metafisica un incantesimo dietro il quale nascondere la nostra paura e la nostra sofferenza. Non è nulla, forse, la visione metafisica, di certo è Nessuno. C’è solo un osservatore di questo e di quello. Non c’è chi giudica, non c’è chi decide.

Per chi sceglie la vita umile delle cose che una dopo l’altra si offrono alla nostra cura e al nostro amore, che ci chiedono sacrificio e dedizione, che ci tormentano con le loro conseguenze meccaniche e con la sofferenza del mondo, non c’è macchia; si dice: c’è ancora vita, c’è ancora rinascita e possibilità, evoluzione, continuità - dunque, c’è altro amore.

Non è altrettanto nota la rara comparsa nelle dottrine di origine tradizionale e induista della punizione infernale. E’ infatti riservata a fatti particolarmente gravi, al tradimento irrecuperabile del Sé. Ad esempio a quell’aspirante che nell’attaccamento alla dottrina costruisca una difesa dell’io individuale, una montagna, un muro inerte che impedisce la coscienza di liberarsi. E’ questi colui che usa la dottrina, invece che abbandonare l’egoismo e disporsi ad essere “usato” dalla coscienza che ordina ogni cosa, dall’amore.

Al nostro tormento d’amore non c’è risposta, scritta o verbale, non c’è modifica e non c’è strategia adeguata. Chi ne è fatto partecipe, che è una grazia, si lasci sopraffare dalla infinitudine e dallo sconcerto; se vuole, raccolga tra due mani il suo cuore, gonfio di gioia, di malinconia e di terrore e lo distenda ai piedi del divino, riconoscendo la sola parola che al cuore è consentita e naturale: Om Namah Shivaya.

La preghiera dell’Aspirante

July 27th, 2008

Quando gli occhi sono aperti, vediamo cose, persone ed eventi. In tutte queste occasioni si manifestano le idee di “io” e di “mio” e le differenziazioni del “non io” e “non mio”. La mente può essere rivolta ancora di nuovo al Supremo con questa preghiera:

Signore, tu sei tutto questo. Tu sei colui che risplende come universo. Vedo te nei bambini e negli adulti, in me stesso e negli altri. Eppure, ogni volta, dimentico che tu sei tutto. A causa di questa dimenticanza divento arrogante e aggressivo, indifferente e irriverente. Se non sono consapevole del tuo sguardo che tutto vede, cado in errore e indulgo nella falsità. Signore, benedicimi. Apri l’occhio della mia saggezza. Quando i bambini giocano, che io possa vedere il tuo sguardo amorevole e attento negli occhi di ognuno. In ogni suono che vibra nelle mie orecchie, che io oda la dolcezza della tua voce. Invece di percepirmi come individuo, fai che prevalga la consapevolezza della totalità nella sua interezza. Che io possa sentirmi sempre in separabile dal tutto. Che questa preghiera riecheggi nell’orizzonte della mia mente. Aiutami a ripetere questo versi e andare sempre più a fondo nella prodigio del loro significato, e che io possa sentire la benedizione di questa comprensione unitiva. Aum…

(Guru Nitya Chaitanya Yati)

Raffaele Torella, Il pensiero dell’India: un’introduzione

July 10th, 2008

La progressiva ascesa dell’India a protagonista della scena mondiale, in termini che sarebbero stati impensabili solo qualche decennio fa, ci costringe a riconsiderare l’immagine che l’Occidente se ne è costruito in più di due millenni. Immagine prestigiosa, forse, ma anche duramente riduttiva, di luogo privilegiato di saperi occulti, di estasi e ascesi o, di converso, di favolose ricchezze e morbidi piaceri. Più che dedicarsi alla conoscenza dell’India, l’Occidente ha preferito sognarla: una conseguenza fra le tante è che al pensiero dell’India, pur unanimemente celebrato come la sede della più alta sapienza, non è stato concesso nemmeno un posticino d’angolo nel gran teatro delle storie della filosofia. Il volume presenta il pensiero dell’India premoderna innanzitutto delineando i parametri culturali in cui si è sviluppato e all’interno dei quali deve essere letto, associato spesso con l’esperienza religiosa ma anche essenzialmente autonomo da essa, talvolta diverso nelle forme e negli esiti ma più spesso strettamente affiancato al pensiero occidentale, di certo mai “alieno”.

«Un compendio sempre approfondito e basato su competenze di prima mano e allo stesso tempo un’originale visione dell’intero campo. Lo definirei il miglior sguardo d’insieme moderno sulla filosofia dell’India, condotto a un livello di penetrazione straordinariamente alto», Ernst Steinkellner, Università di Vienna, Accademia Austriaca delle Scienze

Raffaele Torella, Il pensiero dell’India: un’introduzione, Carocci Editore, Roma 2008, pp. 224

Immaginario 2 - Gli Alieni

July 5th, 2008

Gli adulti vedevano gli Ufo ma, strano, i bambini no.

Credo di aver smesso di giocare “a marziani” quando qualcuno a me abbastanza vicino cominciò a raccontare di veri avvistamenti. Se quello, quel tipo di uomo aveva visto, allora la cosa cadeva completamente al di fuori del regno dell’Immaginario-sacro dell’infanzia, dal mondo inviolato dell’invisibile e del sovrano, cioè non-politico e non-duale. Era un immaginario posseduto, violato. Quindi cancellato. Non era più possibile giocare perchè il fatto entrava nella realtà, che è quella cosa, ti abitui in quegli anni, che ti dicono che sia. Anche se non è. Gli Ufo, infatti, esistono, ci spiegava la tv ieri sera.

Tra la famiglia d’origine di mia madre e quella di mio padre c’erano appena 20 km di distanza. Vicende estremamente distanti nello spazio, alla fine confluivano in un raggio limitato. In realtà i miei erano due cosmonauti che avevano attraversato distanze siderali per ritrovarsi, come sbalzati dalle rispettive orbite, a condividere gli studi e lo status sociale della nuova classe media, che raccoglieva da altri pianeti quelli che avrebbero abitato la nostra colonia aliena. E io, che nascevo in essa, non ero già più il contatto tra i pianeti precedenti, perchè in quei due pianeti, comprenderò poi, già da molto non abitava più nessuno, solo registrazioni, fantasmi e l’eco di altre vite ormai cancellate dalla storia senza storia che dovevamo incominciare a vivere ora.

La vicenda dell’uomo col giornale si svolgeva sul pianeta Terra, Roma. Gli alieni guardavano dal monitor della cucina lo svolgimento dell’intricata mitologia, e sibilavano o borbottavano nei dialetti dei vecchi pianeti la riprovazione per quasi tutti i protagonisti. Di fronte a quella rappresentazione i nuovi abitanti del pianeta erano alieni. Nessuno dei loro dialetti, né i poveri strumenti dell’istruzione presuntuosa che avevano ricevuto era adeguato a rispondere a questo enigma. La cittadinanza appena inaugurata già vacillava.

L’alieno che si impossessa di questi alieni è per prima cosa una “Civiltà”. Già appare grossolano, a un occhio scettico, che si immagini l’extraterrestre umanoide, rimuovendo la varietà di milioni di specie che abita anche un solo pianeta. E non è l’uomo-umanoide che interessa; l’extraterrestre è civiltà, tecnologia, progresso: quell’ideale col quale i nostri alieni si erano imbarcati nel futuro e che improvvisamente restava impantanato nelle eterne frizioni tra parrucche papali, grigiori ministeriali e commedie spiritiche. Le sedute spiritiche danno claustrofobia. Non fanno paura, fanno incazzare. Negano, tutto questo negava, che ci fosse alcunchè a incarnare quel progresso e quel vivere civile che era costato strappi, lutti e deviazioni che non ci sarebbe mai stato modo di elaborare - o finalizzare a qualcosa di più del benessere materiale stretto. Noi cuccioli ci siamo dati al collage. Gli alieni non ne avevano il tempo, anche se le ulteriori devianze della mente senile risulteranno poi collages di un ritrovato Sguardo Bambino, ormai imprendibile.

La civiltà diventa il dono auspicato di un mondo alieno che sembra lì lì per svelarsi. Non è per tutti la stessa, per alcuni non importa nemmeno quale, il punto è che lo sia. Ma cosa vide davvero chi ha visto? L’avvistatore che abita il mio divano dice: solo un oggetto meccanico volante, ma di che natura, di che provenienza e di che, non si poteva dire. Never trust an Hippie. Cosa vide invece il colonnello dell’esercito che per giorni fu impegnato a relazionare l’atterraggio del disco sul suo campo di addestramento con tanto di discesa a terra di ominidi in uniformi aliene? Lo vide davvero o erano altre comunicazioni quelle che stava emanando? Come mai dal sognare carri armati era arrivato a sognare astronavi?

L’io esiste? non importa cosa sia, molti coetanei dovrebbero incominciare a farsene uno, prima di ragionare sul suo eventuale smantellamento. Mentre cuccioli e cresciutelli della famiglia aliena ripensavano gli alieni di cartapesta, il comandante dell’Astronave Madre mi fa: l’altra sera hai visto la Nona da Napoli? Non l’ho vista perchè l’apparecchio era impegnato nell’avvistamento del già visto e ripetuto. Allora il comandante aggiunge: mi è venuto in mente l’assedio di Leningrado, quando dalla città sottoposta a tre anni di assedio, la tv trasmise a tutto il paese la sinfonia di Shostakovich. Si rende conto che il paragone è assurdo, ma il suo immaginario ha fatto questo. I vecchi comandanti hanno sempre l’occhio fisso sull’orizzonte. Gli alieni, invece, adesso salgono dall’altro lato.

(un minuto di solidarietà per questo blog)

Adi Shankaracharya di G.V. Iyer, o la verità poetica del filosofo dell’India.

June 25th, 2008

“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan)

Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì adorarlo, indicarlo, cantarlo, stabilire dimore per i suoi fratelli. Il divino che è la donna che lo serve con semplicità, il giovane che ricerca la sua istruzione, il cuore che canta l’unità del tutto o che pena per la transitorietà di tutto. Il divino è l’Atman, la vera ispirazione del canto, dell’amore, della filosofia, della devozione.

Il film di Iyer è perciò figlio della lezione dei grandi maestri moderni, di Ramakrishna, di Vivekananda, della volontà di ristabilire il sentimento mistico della tradizione indiana nella sua purezza e imprendibilità alle logiche occidentali, pur nella possibilità di confronto per mezzo dello spirito. Shankara non è mera materia di astrazione e di contrapposizione intellettuale, è il Guru, l’Acharya, colui che ebbe la volontà e la lucidità di compiere la sintesi perfetta - e perciò universale - della dottrina dei Veda. Egli stesso è quella unità, di spirito, logica, sentimento, fratellanza.

Se lo sguardo smaliziato dell’uomo comune vede in questo ritratto coraggioso un segno diverso dalle elaborazioni più celebri della dottrina Shankariana, si ritroverà nella zona d’ombra in cui astutamente Iyer immerge la fase scolastica di Shankara: nelle grotte dei saggi, impegnati in bizzarre penitenze e nella discussione delle tesi teologiche. Abita per sempre in questa grotta, si potrebbe dire, lo Shankara “grottesco” tanto caro alla tradizione degli studiosi occidentali. Ma il Maestro anela la luce, gli spazi e il contatto con chiunque lo cerchi, e così, attraversandoli, per tutta la lunghezza del perimetro dell’India, Shankara compirà la sua missione, incarnando per sempre la Verità dei Veda e il vero simbolo della spiritualità indiana. Fino a scomparire nell’invisibile, ancora in giovane età, tra le nevi dell’Himalaya perenne.

Turiya 2.0

June 23rd, 2008

Immaginario

June 22nd, 2008

(a G.G.)

A me spettava UN solo cartone animato, perchè “pop” era il nome del Male, la radice di ogni male, era il Nemico, più di quanto mai si potrebbe affermare oggi. Perchè l’Amico stava arrivando, come nella prima chiesa avventista, e noi dovevamo entrare tra i salvati. L’Amico avrebbe fatto piazza pulita dei nemici e della loro sottocultura Pop, innanzitutto. Era alla porte, lo sussurrava anche la tv. Se qualcuno si fosse distratto: no, non è arrivato, anzi dicono sia crollato, per la magia nera di un papa polacco. Deo gratias. I bambini si allontanavano dalla fascinazione televisiva , ad esempio iscrivendoli al conservatorio in tenera età, anche se sprovvisti del benchè minimo talento. Gonna a pieghe, olimpiadi, sguardo basso, niente dischi pop, neanche Battiato, neanche Clayderman, sprezzo e condanna per i Gatti del Vicolo. Puri come gli Shankaracharya bambini, l’educazione era ascesi, l’apprendimento familiarità esclusiva con l’Ideale, si plasmavano mere coscienze. Questo era tutto il mondo di “prima”, e anche il rivoluzionario era radicalmente un tadizionale. E nelle formule più tradizionali si ritrova e risolve.

Se chiedevo a uno psico-patico-terapeuta cosa fare, quando la vita mi chiese di sapere il pop, fin nell’assorbimento del midollo, lo psico rispondeva: se ha problemi con la famiglia di origine si emancipi, vada a fare la cameriera o la baby sitter, si dimentichi il suo atteggiamento ipercritico, è antipatico, è da falliti. I lavori forzati, insomma, quelli che avrebbe previsto per il “lunatico” anche l’Amico, se mai si fosse palesato. Immagino bene lo sconcerto di chi si è fidato, e ha creduto alla “Libertà” come a un’altra religione salvifica, e ha obbedito. Immagino qualcuno si sia trasformato in un serial-killer, o in un massacratore di famigliari, o in un consulente Mediolanum. Sradicare. Scatenare il rancore. La depressione è la manna. Si distribuiscano rimedi chimici vergognosi, a grappolo.

Il lavoro libera era l’atroce beffa mai sfatata, invece è vero che l’esperienza espone all’evoluzione, la coscienza libera. Ma dietro alla dichiarazione d’apertura sul cancello, la coscienza si autorappresentava come la “danza”, la danza della vita nientemeno, cui abbandonarsi come facili fanciulli; così le brave sciure con la qualifica di psico, abbandonati i libri per dedicarsi alla salvezza del prossimo, prodigavano circuiti di sentimentalismo e (e)semplificazioni relazionali, tradotte di peso dai fotoromanzi alla cibernetica. Il fronte maschile, più ardito che pria, scatenava la danza del cinismo opportunista, più realista del re, fuoco su ogni ideale residuo nelle nostre povere menti e si riconosca la maestà del Vuoto e del Potente, concedendosi infine ogni più involuta e infelice soddisfazione materiale, come atto supremo di saggezza, realizzazione, equilibrio, maestà di sé. Alla fine questa è politica. Il mio “trauma” era la politica, la politicizzazione del quotidiano, questa era ancora quella guerra che di nuovo si doveva scatenare sulla mia coscienza, a spese della mia vita e della mia realizzazione in essa.

La “Danza”, o “Il Danzatore” siamo noi. Al Danzatore non serve chi spieghi la danza; serve qualcuno che ne suoni la musica. L’Acharya non danza, è fermo per sempre. Sa cose che possono raccontare per filo e per segno, attingendo alla dottrina e alla mitologia, ogni minimo dettaglio delle nostre vite, e ricondurlo al Sé. L’Acharya non vizia, non umilia, non insegna a degradarsi né col lavoro né con lo svago, tantomeno coi sentimenti. Perciò l’Acharya è un Maestro, e il Maestro è il vero terapeuta, il Maestro è il Sè. Non cede, non cedere: non si piange, non si muore, non si soffre in presenza dell’Acharya, non c’è perciò manipolazione. L’io fragile vorrebbe essere manipolato e perciò tenta ogni sceneggiata perchè qualcuno caschi nella sua rete, faccia il suo gioco. A quell’io si insegna l’abbandono, per via della devozione, solo così si rafforza. Ma non si lamenti se rimane marginale, perchè occorre una danza cosmica, non particolare, per potersi porre al centro della danza. Non si devono strappare le radici, si devono onorare; le radici sono noi, devono dare vita a noi, così come fanno. Per fare questo non servono imbrogli contro-ideologici, servono discernimento e amore.

Il film che non vedremo, quello che avrebbe sanato l’immaginario degli ex bambini del futuro, è già museo; sarà scarnificato in una mostra di fotografie il “Truman Show”(così dice Repubblica, che guardacaso non capisce cosa ha trovato) dei bambini della DDR. Dal 1961, l’anno in cui fu costruito il Muro di Berlino, Junge seguì per 47 anni con la cinepresa le storie di ragazze e ragazzi di una prima elementare della pacifica Golzow, villaggio-modello della Ddr non lontano da Francoforte sull´Oder. I gerarchi gli affidano il grande incarico: «Mostreremo come il socialismo trasforma una regione arretrata in zona-modello, narreremo il progresso attraverso le vite di quei bambini». Ma il regista prende l’incarico sul serio, e narra tutto. Con questo film il mito avrebbe potuto sconfinare dall’immaginario gretto della politica e farsi carne e testimonianza, ma fu la contrapposizione della politica a negarlo, e noi non lo vedemmo (e non lo vedremo). Per noi bambini del futuro al di qua del muro non ci fu autocoscienza, ma quella luce da trincea che i detrattori immaginavano di là. Se qualcuno si stupisce di come il crollo del muro non abbia azzerato completamente la società che ne è stata spazzata via, forse si deve guardare questo film e comprendere il segreto di uno sguardo attento e quotidiano sul reale. L’immaginario politico è cliché, è morte. La realtà è sempre coscienza.