108 Nomi di Shiva

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OM SHIVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Benevolo (Shiva)

OM MAHESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Grande Dio Shiva

OM SHAMBHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio della Felicità

OM PINAKINE NAMAHA
Mi inchino al guardiano del Dharma

OM SHASHISHEKHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta la luna crescente tra i capelli

OM VAMADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che sostiene l’esistente

OM VIRUPAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forma perfetta

OM KAPARDINE NAMAHA
Mi inchino al Dio dai capelli intrecciati

OM NILALOHITAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio splendente come il sole a mezzogiorno

OM SHANKARAYA NAMAHA
Mi inchino all’origine di ogni Bene

OM SHULAPANAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che brandisce il tridente

OM KHATVANGINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il bastone nodoso

OM VISHNUVALLABHAYA NAMAHA
Mi inchino a Shiva, adorato da Vishnu

OM SHIPIVISHTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che emana la luce

OM AMBIKANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è il Signore di Ambika

OM SHRIKANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla gola blu

OM BHAKTAVATSALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama i suoi devoti

OM BHAVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’esistente

OM SARVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la totalità

OM TRILOKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei tre mondi

OM SHITAKANTHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal collo bianco

OM SHIVAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è amato da Parvati

OM UGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal carattere terribile

OM KAPALINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che beve nel teschio

OM KAMARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince le passioni

OM ANDHAKASURA SUDANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha ucciso il demone Andhaka

OM GANGADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il fiume Gange tra i capelli

OM LALATAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che gioca con la creazione

OM KALAKALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della liberazione dalla morte

OM KRIPANIDHAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la grazia suprema

OM BHIMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forza straordinaria

OM PARASHU HASTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che tiene un’ascia tra le mani

OM MRIGAPANAYAE NAMAHA
Mi inchino al Dio che custodisce le creature

OM JATADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta le trecce dei rinuncianti

OM KAILASAVASINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vive sul monte Kailash

OM KAVACHINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge

OM KATHORAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che fa crescere ogni cosa

OM TRIPURANTAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse le tre città dei demoni

OM VRISHANKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha il simbolo del toro (Nandi)

OM VRISHABHARUDHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che cavalca il toro

OM BHASMODDHULITA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio ricoperto di cenere

OM SAMAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama il canto

OM SVARAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che crea con il suono

OM TRAYIMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è adorato nelle tre forme divine

OM ANISHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio indiscusso

OM SARVAGYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che conosce ogni cosa

OM PARAMATMANE NAMAHA
Mi inchino al Sè Supremo

OM SOMASURAGNI LOCHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la luce del sole, del fuoco e della luna

OM HAVISHE NAMAHA
Mi inchino al Dio che riceve le offerte di burro chiarificato

OM YAGYAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha stabilito i riti

OM SOMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio (che è la luce) lunare

OM PANCHAVAKTRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle cinque azioni

OM SADASHIVAYA NAMAHA
Mi inchino allo Shiva primordiale

OM VISHVESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore del cosmo

OM VIRABHADRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle gesta eroiche

OM GANANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei Gana

OM PRAJAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Creatore primordiale

OM HIRANYARETASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che guida le anime elette

OM DURDHARSHAYA NAMAHA
Mi inchino all’essere indefettibile

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle montagne

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dell’Himalaya

OM ANAGHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non incute timore

OM BUJANGABHUSHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio coronato di serpenti

OM BHARGAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che purifica dalle colpe

OM GIRIDHANVANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha per arma la montagna

OM GIRIPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama la montagna

OM KRITTIVASASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che si nasconde con la pelle di elefante

OM PURARATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio delle selve

OM BHAGAVATE NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

OM PRAMATHADHIPAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è servito dai genii

OM MRITUNJAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince la morte

OM SUKSHMATANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio più sottile del sottile

OM JAGADVYAPINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che permea tutto il mondo

OM JAGADGURAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio maestro di tutti i mondi

OM VYOMAKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio i cui capelli riempiono la volta celeste

OM MAHASENAJANAKAYA NAMAHA
Mi inchino al padre di Kartikkeya

OM CHARUVIKRAMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge i pellegrini in cammino

OM RUDRAYA NAMAHA
Mi inchino a Rudra, che piange la sofferenza dei suoi devoti

OM BHUTAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Signore dei demoni i dei fantasmi

OM STHANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio immobile

OM AHIRBUDHNYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della Kundalini

OM DIGAMBARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio vestito di cielo

OM ASHTAMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle otto forme

OM ANEKATMANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’anima universale

OM SATVIKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è pura energia

OM SHUDDHA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio situato oltre il dubbio e oltre i conflitti

OM SHASHVATAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio eterno e senza fine

OM KHANDAPARASHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza con l’ascia

OM AJAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio senza legami

OM PAPAVIMOCHAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza le catene

OM MRIDAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della terra

OM PASHUPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio degli animali e di tutti i viventi

OM DEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore degli Dei

OM MAHADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al più grande degli Dei

OM AVYAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non muta

OM HARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è detto Hari (Vishnu)

OM PASHUDANTABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che colpì l’occhio di Bhaga

OM AVYAGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è quieto e immobile

OM DAKSHADHVARAHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse il sacrificio di Daksha

OM HARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che riassorbe il cosmo

OM BHAGANETRABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che punì Pushan

OM AVYAKTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio invisibile

OM SAHASRAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle forme illimitate

OM SAHASRAPADE NAMAHA
Mi inchino al Dio che abita e si muove in tutto

OM APAVARGAPRADAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che dà e toglie ogni cosa

OM ANANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non ha fine

OM TARAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che libera l’umanità

OM PARAMESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

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Simone Weil: Accettare il vuoto.

Da Simone Weil “L’ombra e la grazia”

« Noi crediamo per tradizione, per quanto riguarda gli dèi, e vediamo per esperienza, per quanto riguarda gli uomini, che sempre, per una necessità di natura, ogni essere esercita tutto il potere di cui dispone » (Tucidide).
Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alla legge della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. È un Dio sovrannaturale mentre Geova è un Dio naturale.
Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo.
La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo.
Necessità di una ricompensa, di ricevere l’equivalente di quel che si da. Ma se, facendo violenza a questa necessità, si lascia un vuoto, si produce come una corrente d’aria; e sopravviene una ricompensa sovrannaturale. Non verrebbe se si avesse un diverso salario: è quel vuoto a farla venire.
Accade lo stesso con la remissione dei debiti, (cosa che concerne non solo il male che gli altri ci hanno, fatto. ma anche il bene che abbiamo fatto loro). Anche in questo caso si accetta un vuoto in se stessi.
Accettare un vuoto in se stessi è cosa sovrannaturale. Dove trovar l’energia per un atto che non ha contropartita? L’energia deve venire da un altro luogo. E, tuttavia, ci vuole dapprima come uno strappo, qualcosa di disperato; bisogna, anzitutto, che quel vuoto si produca. Vuoto: notte oscura.
L’ammirazione, la pietà (l’unione di questi due elementi, soprattutto) conferiscono una energia reale. Ma bisogna farne a meno.
Bisogna rimanere qualche tempo senza ricompensa, naturale o sovrannaturale. È necessario farsi una rappresentazione del mondo in cui ci sia del vuoto, perché il mondo abbia bisogno di Dio. Ciò suppone il male.
Amare la verità significa sopportare il vuoto; e quindi accettare la morte. La verità sta dalla parte della morte.
L’uomo sfugge alle leggi di questo mondo solo per la durata di un attimo. Istanti di sosta, di contemplazione, d’intuizione pura, di vuoto mentale, di accettazione del vuoto morale. Sono questi istanti a renderci capaci di sovrannaturale. Chi sopporta per un momento il vuoto, o riceve il pane sovrannaturale, o cade. Terribile rischio, ma è necessario correrlo; e per sino, per un momento, senza speranza. Ma non bisogna precipitarvisi.

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Simone Weil: Vuoto e compensazione

da Simone Weil “L’ombra e la grazia”

Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la sua sofferenza – sia maltrattando, sia provocando la pietà – per diminuirla; e, così facendo, la diminuisce veramente. Colui che è più in basso d’ogni altro, che nessuno compiange, che non ha la possibilità di maltrattare nessuno (se non ha figli, se non ha nessuno che l’ami), la sofferenza gli rimane dentro e lo avvelena. Una cosa simile è perentoria come la pesantezza. Come è possibile liberarsene? Come è possibile liberarsi da quel che è simile alla pesantezza?
Tendenza ad espandere il male fuor di sé; e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno nel pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebb’essere un istante felice? Impossibile perdonare a chi ci ha fatto del male, se il male ci abbassa. Bisogna pensare che non ci ha abbassato ma che ha rivelato il nostro reale volto. Per questo, eccetto i periodi di instabilità sociale, i rancori dei miseri hanno di mira i loro simili.
È questo un fattore di stabilità sociale.
Tendenza ad espandere la sofferenza fuor di sé. Se, per eccesso di debolezza, non si può né provocar la pietà né far del male ad altri, si fa del male alla rappresentazione dell’universo in sé.
Ogni cosa bella e buona è allora come un’ingiuria.
Far del male ad altri significa riceverne qualcosa.
Che cosa? Che cosa si è guadagnato (e si dovrà restituire) quando si è fatto del male? Ci si è accresciuti. Ci si è distesi. Si è riempito un vuoto in se stessi creandolo, in un’altra persona. Poter fare impunemente del male agli altri – per esempio adirarsi con un inferiore, quando costui sia obbligato a tacere – significa risparmiarsi un dispendio d’energia, dispendio che viene ad essere, così, assunto dall’altro. Accade lo stesso con la soddisfazione illegittima di un qualsiasi desiderio. L’energia che si è economizzata è così immediatamente degradata. Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio d’equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta… )
Mali di testa. A un certo punto: dolore diminuito proiettandolo nell’universo; ma l’universo si altera. Dolore più vivo, una volta ricondotto al suo luogo di origine; ma qualcosa in me non soffre e rimane in contatto con un universo non alterato. Agire allo stesso modo con le passioni. Farle discendere, ricondurle ad un punto determinato; e disinteressarsene.
In particolare, trattar così tutti i dolori. Impedire che avvicinino le cose.

La ricerca dell’equilibrio è male, perché è immaginaria. La vendetta. Anche se in realtà si uccide o si tortura il proprio nemico ciò è in un certo senso immaginario.
L’uomo che viveva per la sua città, la sua famiglia, i suoi amici, per arricchirsi, per migliorare la sua situazione sociale, ecc. – una guerra, ed eccolo menato schiavo; e da quel momento, per sempre, deve sfinirsi fino al limite estremo delle sue forze, solo per sopravvivere. Una cosa simile è orrenda, è impossibile; e perciò non si presenta a colui nessuna finalità tanto miserabile che non le si rivolga appassionatamente; foss’anche quella di far punire lo schiavo che lavora al suo fianco. Non ha più la scelta dei suoi fini. Uno qualsiasi è come un ramo per chi annega.
Quelli che avevano avuta distrutta la città e che erano condotti in schiavitù non avevano né più passato né avvenire: di quali oggetti potevano colmare i loro pensieri? Di menzogne; e dei più infimi, dei più pietosi desideri, pronti forse a rischiar piuttosto la crocifissione per rubare un pollo di quanto non fossero stati pronti, prima, alla morte nel combattimento che avrebbe dovuto difendere la loro città. Di certo, anzi; altrimenti quegli orrendi supplizi non sarebbero stati necessari.
Oppure, bisognava poter sopportare il vuoto nel pensiero.
Per aver la forza di contemplare la sventura quando si è sventurati, occorre il pane sovrannaturale.
Il meccanismo che, in una situazione troppo dura, produce l’avvilimento, è dovuto al fatto che l’energia fornita dai sentimenti elevati è – generalmente – limitata; se la situazione esige che si vada oltre quel limite, bisognerà ricorrere a sentimenti bassi (paure, desideri, gusto del primato, degli onori esteriori) più ricchi di energia.
Questa limitazione è la chiave di molti rivolgimenti.
Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano. Una pietra sul cammino. Gettarsi sulla pietra, come se, a partire da una certa intensità di desiderio, essa non dovesse più esistere. O andarsene come se fossimo noi, a non esistere.
Il desiderio racchiude in sé qualcosa dell’assoluto e se fallisce (una volta esaurita l’energia) l’assoluto si trasferisce su l’ostacolo. Stato d’animo dei vinti, degli oppressi.
Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.
L’energia liberata dalla sparizione di oggetti che costituivano dei moventi tende sempre ad andare più bassa. (I sentimenti bassi liberano energia già degradata.) Ogni forma di ricompensa è una degradazione di energia.
Il compiacimento di sé dopo una buona azione (o un’opera d’arte) è degradazione di energia superiore. Ecco perché la mano destra deve ignorare ciò che fa la sinistra.
Una ricompensa affatto immaginaria (un sorriso di Luigi XIV) è l’equivalente esatto di quel che si è speso, – al contrario delle ricompense reali che, in quanto tali, sono al di sotto o al di sopra. Così soltanto i vantaggi immaginari forniscono l’energia per sforzi illimitati. Ma bisogna che Luigi XIV sorrida davvero; se non sorride, indicibile privazione. Un re può pagare solo ricompense quasi sempre immaginarie; altrimenti sarebbe insolvibile.
Ad un certo livello, c’è un equivalente nella religione. Non potendo ricevere il sorriso di Luigi XIV, ci si fabbrica un Dio che ci sorrida.
Oppure ci si loda da sé. Una ricompensa equivalente ci è necessaria. Inevitabile come la pesantezza.
Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno a rimetter loro questo debito. Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quello che avrei voluto essere. Saperlo è il perdono.

The Hanged Man by Arthur Duarte
[Immagine: The Hanged Man by Arthur Duarte]

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Atharva Veda XII, 1. Inno alla Terra.

La verità, la sublimità, l’ordine universale, la rettitudine, la sacralità, il fervore dell’ascesi, la gioia spirituale, il sacrificio – sostengono la Terra. Che essa, Signora di ciò che è e di ciò che sarà, ci riservi un orizzonte sconfinato.

La Terra adorna di vette, di crinali e di vaste pianure, che genera le piante dalle potenti virtù, libera dai legami che opprimono gli uomini, si apra al nostro sguardo, pronta ad accoglierci.

La Terra su cui scorrono il mare, i fiumi e tutte le acque, sulla quale sbocciano le messi e i popoli, su cui abita tutto ciò che respira e si muove, ci conceda di dissetarci per primi.

La Terra cui appartengono le quattro regioni dello spazio, su cui crescono i raccolti e i popoli, che sostiene tutto ciò che respira e si muove, ci conceda vacche e prosperità.

La Terra dove nacquero i primi uomini, dove gli Dei sconfissero i demoni, possa offrirci mucche, cavalli, volatili e fortuna.

La Terra che sostiene tutti, che nutre di abbondanza, il fondamento, il ristoro materno di tutti gli esseri viventi, colei che preserva il fuoco di Agni, la compagna di Indra il toro, ci conceda il privilegio dei suoi beni.

La vasta Terra, sempre sorvegliata dagli Dei insonni, ci allatti con miele prezioso, ci asperga di limpida gloria.

La Terra che fu acqua sulla superficie dell’oceano cosmico, che i saggi veggenti scoprirono con il loro acume, il cui cuore risiede nel cielo supremo, l’immortale, ammantata di verità, ci accordi lucidità e rettitudine, perché possiamo governare.

La Terra su cui le acque ancelle scorrono insieme, giorno e notte, senza sosta, versi per noi il latte in torrenti copiosi, e ci bagni di gloria.

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La Terra misurata dai passi degli Asvin, su cui ha camminato Vishnu, che Indra, signore potente, ha eletto sua compagna; da lei, la madre, sgorghi il latte per me, suo figlio.

Le cime innevate dei monti e le tue foreste, o Terra, ci siano gentili. La scura, la nera, la rossa e multicolore, la solida Terra, protetta da Indra, intatta e incorrotta, è lei la Terra delle mie radici.

Tienici nel tuo cuore, madre, e nel tuo ventre, nel luogo in cui il tuo nutrimento sgorga puro e più potente. La Terra è la madre, e io sono suo figlio. La pioggia è mio padre, che egli ci benedica.

La Terra su cui i sacerdoti scolpirono gli altari, dove, con devozione rituale, posero le offerte; la Terra su cui si erge maestoso il palo sacrificale, sia essa prospera e ci accordi di prosperare.

Sottometti, o Terra, colui che ci odia, chi ci dichiara guerra, chi ci è ostile con il pensiero o con le armi, anticipa il nostro bisogno di soccorso.

I mortali che nascono da te, in te moriranno, tu che sostieni bipedi e quadrupedi. Tue sono le cinque famiglie umane, tuoi i mortali su cui il sole getta i suoi raggi di luce immortale.

Tutte le creature ci offrano il loro latte, e tu, o Terra, donaci il miele della parola.

Sulla stabile, larga Terra, madre premurosa di tutte le piante, gentile e generosa, in accordo alla legge divina, si possa trascorrere una lunga vita.

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Grande Terra, raduno degli uomini, su di te si vivono emozioni, premure e agitazioni. Indra il grande ti protegge incessantemente. O Terra donaci di risplendere come oro, perché nessuno odia l’oro.

Il fuoco di Agni è posto sulla Terra, nelle piante, nelle acque e nelle pietre. Agni è nell’uomo, Agni è nelle vacche, Agni è nei cavalli;

Agni irradia dal cielo, ad Agni il divino appartiene l’aria. I mortali cercano il favore di Agni, portatore di doni celesti, con l’offerta del burro chiarificato;

La Terra dalle ginocchia nere, coperta dal manto di Agni, ci conceda lucidità e attenzione.

Sulla Terra gli uomini compiono sacrifici agli Dei con le offerte rituali; sulla Terra gli uomini sono saziati dal cibo. Che la Terra ci doni respiro e vita, e ci conceda la vecchiaia.

Il tuo profumo, o Terra, trasportato dalle piante e dalle acque, condiviso dagli esseri celesti, mi renda gradevole e nessuno mi trovi sgradito.

Il tuo profumo, o Terra,  che penetra nel loto, il profumo che fu degli Dei invitati allo sposalizio del Sole,  con quello aspergimi, affinché nessuno provi astio per me.

Il profumo che adorna gli uomini, che fa innamorare i maschi e le femmine, che avvolge il destriero e l’eroe, che distingue i grandi animali selvaggi, che dona lo splendore delle giovani donne, o Terra, con quello ungici, perché nessuno provi odio per noi.

Pietra, roccia, polvere sono questa Terra; la Terra aggrega e congiunge. Alla Terra dal seno generoso io offro la mia obbedienza umilmente.

La Terra su cui gli alberi rigogliosi della foresta poggiano solidi, la Terra compatta che nutre, io invoco.

In piedi o seduti, fermi o camminando, mai si debba inciampare con il piede destro o col sinistro, su questa Terra.

Io mi rivolgo alla Terra pura, il suolo, coltivato dallo spirito bramanico. Su di te, primo nutrimento, prosperità e abbondanza, noi vogliamo restare, o Terra.

Acqua limpida sgorghi dalla Terra per purificare i nostri corpi; ciò che fuoriesce da questi corpi ci ripugna e con ciò che purifica fai che io possa purificarmi.

Che l’oriente, il settentrione, il meridione, o Terra, e l’occidente siano benevoli con me mentre cammino su di te. Ciò che ho posto in questo mondo possa resistere e non crollare.

O Terra, non spostarci dall’occidente o dall’oriente; non dal settentrione o dal meridione: Sii per noi certezza, o Terra: i predoni delle strade non ci assalgano, tieni lontane da noi le loro armi.

Finché posso vederti, con l’aiuto del sole, o Terra, fai che io non cada, lungo il percorso degli anni.

Quando, da disteso, mi giro sul fianco destro o sul sinistro, o Terra; quando da disteso le mie costole premono sul tuo fianco, o Terra, tu che ti distendi accanto a ogni cosa, non farmi soffrire.

Quanto io estraggo da te, o Terra, presto ricresca: che mai io possa, o purissima, spezzare un tuo punto vitale, né mai il tuo cuore.

Tua è l’estate, o Terra, tua la stagione delle piogge, tuo l’autunno, l’inverno e la primavera; tu stabilisci le stagioni dell’anno, la notte e il giorno, perché ci nutrano del tuo latte.

La Terra incorrotta che nacque allontanandosi dal serpente, colei che distrusse il blasfemo, che scelse di stare a fianco di Indra, la Terra è per sempre compagna di Indra, il toro vigoroso.

La Terra ove sono posti la conca dei sacrifici e le sorgenti del soma, dove è fissato il palo scarificale, dove i bramani onorano gli Dei con i riti e le formule, dove l’officiante porge a Indra il soma da bere;

La Terra ove i veggenti antichi, i sette sacerdoti, con l’offerta delle Sacre Scritture e dei sacrifici e con l’ascesi crearono gli esseri e intonarono il canto che partorì le vacche;

La Terra indichi il luogo del tesoro che cerchiamo; che la fortuna (Bhaga ) ci aiuti, che Indra sia il nostro campione.

La Terra su cui i rumorosi mortali cantano e danzano, su cui combattono, su cui risuona il ruggito dei tamburi, disperda i nostri nemici e ci liberi dai rivali.

Sia ossequio alla Terra su cui troviamo il cibo, il riso e il grano, su cui vivono le cinque razze degli uomini, alla Terra moglie di Parganya, ingrassata dalla pioggia, sia lode.

La Terra ove si innalzano le città degli Dei, grembo per tutte le creature, Prajapati (il signore) la renda ospitale per noi.

La Terra che contiene luoghi misteriosi, ricchezze, oro e preziosi, sia generosa con me; lei che concede liberamente prosperità, la Dea gentile, ci conceda l’abbondanza.

La Terra che accoglie genti dalle diverse lingue e dai diversi costumi, nelle differenti regioni abitate, come una mucca docile che non scalcia, ci nutra in mille torrenti con il latte dell’abbondanza.

Il serpente e lo scorpione dal dente assetato che giacciono immobili su di te; il verme, e ogni essere vivente, o Terra, che si muove nella stagione delle piogge, quando striscia, non passi su di me: con colui che è rispettoso di te, sii generosa.

Tuoi sono i molti sentieri percorsi dagli uomini, tuoi i tracciati dei carri su cui si spostano i buoni e i cattivi, fai che noi possiamo percorrere questa strada, libera dai nemici, libera dai predoni: con colui che è rispettoso di te, sii generosa.

La Terra mantiene gli sciocchi e i mantiene i saggi; sopporta che la abitino il bene quanto il male; lei che non disdegna la compagnia del cinghiale, per lui sacrifica se stessa.

Tuoi sono gli esseri della foresta, gli animali che abitano gli alberi, i leoni mangiatori di uomini, le tigri che vagano solitarie; il lupo, la sorte avversa, l’infortunio e i demoni, o Terra, tieni lontani da noi.

Gandharva, Apsara, Arâya Kimîdin; Pisâkas e tutti i demoni, o Terra, allontana da noi.

La Terra su cui gli uccelli bipedi volano armoniosi, fenicotteri, aquile, falchi e polli; su cui si alza veloce il vento sollevando la polvere e scuotendo gli alberi – così quando il vento soffia in avanti e indietro, poi erompe la fiamma.

La Terra su cui convivono la notte e il giorno, su cui sono stati stabiliti l’oscurità e la luce, la larga Terra coperta e avvolta di pioggia, ci offra una dimora serena.

Cielo, Terra e aria mi hanno dato corpo; Agni, Surya e le acque, insieme agli Dei, mi hanno concesso la saggezza.

Io sono potente, sono chiamato l’ulteriore, sono sulla Terra per conquistare, per conquistare completamente ogni regione.

O Dea, quando all’origine gli Dei ti chiamarono, mentre sorgevi  hai raggiunto la pienezza e la prosperità è penetrata in te, tu hai creato le quattro regioni.

Nei villaggi e nelle selve,  nelle assemblee, nei raduni e negli incontri, fai che procediamo in piena armonia con te.

Appena nata, come un destriero la polvere, sparse la gente che abitava la terra, lei che era l’amata, la guardiana del mondo, la signora che presiede alle piante e agli alberi.

Con dolci parole esprimo queste cose: sono le cose di cui parlo che mi insegnarono la dolcezza. Con lucidità e con attenzione: coloro che mi aggrediscono saranno sconfitti.

Gentile, fragrante e generosa, dal seno pino di latte, la grande Terra ci dia col il suo latte il nostro coraggio.

Colei che il Creatore ricercò offrendo doni, quando raggiunse il flusso sorgente dell’atmosfera, ella, il vaso del nutrimento deposto in un luogo segreto, divenne visibile agli Dei quale Madre divina.

Tu ha sparso il seme degli uomini, tu sei la grande Aditi che dispone il suo latte secondo i nostri desideri. Tu che sei nata dal primo ordine cosmico, a te il Signore Prajapati concederà tutto ciò che vuoi.

Le tue membra, o Terra, siano prive di malattie; che per noi siano sempre sane, così che per l’intero corso della nostra vita possiamo offrirti doni fragranti.

O madre Terra, ponimi in una dimora solida; con l’aiuto del Padre celeste, o Saggia, ponimi in un luogo di gioia e prosperità.


(traduzione: Beatrice Polidori, 2009)

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