Shivabhakta e i nazisti dell’Illinois
August 30th, 2008C’erano tre giganteschi uomini dell’est, fermi al parcheggio, intorno alle tre. Parlavano tra loro, abbastanza tracotanti, senza eccessi, ma molto visibili, di per sé. Ci siamo scambiati i rituali sguardi cattivi, ma dentro di me gongolavo: chissà dov’era lo gnomo con lo sguardo furbetto che dieci o venti anni fa avrebbe fermato me, ancora ragazzina, o donna sola, per strada e guardandomi di sottecchi avrebbe ghignato: “ma tu non sei di qui…”, alludendo a tutto e a niente, appellandosi alle tracce remote di un dna meticcio per imporre la sua “legge” del più forte, benché piccoletto, storto e cattivo.
Gongolavo per un po’ vedendo che lo straniero stavolta è abbastanza robusto, virile e minaccioso da tenere zitti e a distanza gli gnomi indigeni, che molto più a loro agio si trovano nell’assalire donne sole. Ma già, con la discesa di tanta gente che condivide la parte chiara del mio dna meticcio, le mie difficoltà erano aumentate. Anche per una passeggiata con uomo e cane, non è più bene che indossi le gonne lunghe, le uniche che indosso, o qualcuno dei miei bracciali indiani - gli sguardi sono diretti e feroci e inequivocabili. Un uomo anziano salutò il nostro ingresso nel suo bar sputando teatralmente a terra e bestemmiando la madonna, dopo averci squadrati. Così ho acquistato dei pantaloni e ho messo da parte i bracciali e un po’ di anelli. Ma riflettendoci su, una gonna e un bracciale non dovrebbero essere segni così minacciosi per la collettività.
I guai veri sono arrivati invece per chi è più debole, chi non può cambiarsi di abito, chi ha un colore ancora più definito e un’altra lingua. All’inizio della storia, era stato l’assessore ai servizi sociali del mio e loro luogo comune, che vanta l’inutile titolo di comunista, rispondere alle insistenze del Carlino attorno all’emergenza Rom in città, costituita da ben dieci soggetti, accampati nel parco. Era stata l’occasione di affermare che questa è una città “Calvinista”, dedita al lavoro, in cui certi “fenomeni” non possono e non attecchiranno mai. Era stata, con o senza intenzione, la benedizione e l’avvallo per ogni forma di sciovinismo e di razzismo che questa piccola città calvinista avrebbe poi deciso di mettere in atto. I dieci sono stati poi deportati non so dove, tra gli applausi della folla alle forze dell’ordine.
Tra i vari difensori della purezza della razza che oggi hanno risposto bellicosi contro lo straniero, sempre sul giornale locale, all’ennesima notizia di pestaggio di un nomade, alcuni si definiscono comunisti, e c’è da immaginare che il 56% di loro, come spaccato elettorale locale, sia un “democratico” per definizione. Mi avvertono che i miei concittadini incominceranno a farsi giustizia da soli, a mandare via chi non è uguale, a far pulizia. Ma sono anche incredibilmente sensibili nell’ammonire chiunque dal chiamare neonazista un povero ragazzo con i capelli molto corti e la maglietta nera. Sarà per effetto dell’analfabetismo dei loro avi, che qui si preferisce chiarire il significato esatto di ogni capo di abbigliamento e di acconciatura. Quindi, ricapitolando, esistono esseri diversi che si riconosceranno dalla gonna e dai capelli, che ne identificano la colpevolezza, e esseri uguali che invece hanno l’incolpevole sventura di nascere calvi e nerovestiti. Esercitatevi nelle differenze.
Intanto io mi recherò a fare la spesa in un democraticissimo ipermercato Coop. Attraverserò il corridoio illuminato della galleria dei negozi incontrerò forse, come accadde poche settimane fa, il banchetto propagandistico dei bravi ragazzi di un circolo politico estremista, diciamo così, ormai ingurgitato nell’onnivoro arco costituzionale. Ci siamo scambiati un lungo sguardo doloroso che diceva “Signora, ha qualche problema con la nostra presenza qui?” “No, cari, ho un grosso problema con la MIA presenza qui”. Mi chiederò che ci fanno, retoricamente, intanto che vengo debitamente registrata tra quelli che prima o poi. Rifiuto la tentazione di correre al banco informazioni e protestare perché in un luogo pubblico e privato, di cui sarei virtualmente socia, si lasci fare propaganda ai picchiatori. Intanto, verso sera, quelli aggredivano qualcuno, un italiano, per strada, lo mandavano al pronto soccorso, perché aveva il capello un po’ lungo. Guardo le numerose collane hindu che ho sul petto e mi chiedo quanto manca, adesso che finalmente i tradizionalisti della tradizione nostrana si sentono aggrediti.
Le mie collane mi sono molto care. Raccontano un lungo percorso che non ha prodotto un fenomeno da baraccone pronto a spacciarsi per profeta, ciarlatano e maestro di vita e di morte, ma un devoto, e quell’umiltà che il “calvinismo” aveva dimenticato di insegnare, la chiarezza della vita solitaria, dove non c’è spazio per conciliarsi con la banalità delle filosofie da libro in edicola, e nemmeno con quelle del filosofo dell’essere. Per un paradosso che vedo solo io, e che quindi potete benissimo ritenere sbagliato, queste collane identitarie sono il rifiuto netto e senza appello all’identità che mi si sarebbe accollata in cambio, se non avessi opposto un rifiuto che veniva dal cuore o dalla follia. Non verso la persona qualunque che sono in ogni caso, ma verso quella che avrei potuto essere per avidità e debolezza, l’inganno del non io.
Se avessi invece abbracciato la strada che mi si porgeva con la mano sinistra, e l’altra nascosta, sarei un capitale. Sarei una cosa giustamente senza identità e senza collocazione, conciliatrice come lo sono il denaro, la forza, la persuasione, le parole fasulle. Sarei uno specchio di perfezione e di virtù, ammesso che del meticciato fossi riuscita a scorporare quella negatività che mi fa donna e devota. Avrei giurato e persuaso sulla laicità dell’essere, sull’inesistenza di dio, sulla morte dell’io. Avrei potuto dichiarami al di sopra di ogni credo e tradizione, delle mie radici e della nascita. Al di sopra dell’amore, del Dharma, puro libero arbitro. Ma - la verità è che - quando Dio vorrà liberarsi di me, non incontrerà ostacoli. E, per me, in realtà non c’è altro da dire.
Gli hindu radicali rifiutano l’universalismo dei loro maestri del secolo scorso, come Vivekananda, in nome della difesa del Dharma, nella convinzione che l’unicità nella differenza, affermata dai Veda, si riferisca solo alle religioni del Sanathana Dharma, e non a tutte le religioni del mondo. E questo è vero. Ma il loro movimento, dietro i segni delle Vibhuti e le benedizioni in sanscrito, contratta e protegge gli interessi delle multinazionali straniere, la vera religione dell’occidente, la vera “terza colonizzazione”.
E c’è un tradizionalismo in occidente che chiede a devoti e laici di non scegliere, di farsi guidare ciecamente, di abbandonare il proprio pensiero e abbracciare una nuova performante identità, in nome di una universalità globale e coloniale. Non offre un asilo, come facevano le vecchie comunità devozionali degli anni ‘70, non permette di indossare un abito differente. Ti rimette immediatamente sul mercato, in giacca e cravatta, completamente svuotato di coscienza particolare (coscienza di genere, di classe, di sentimento mistico), votato al servizio di un Dharma che si incarnerebbe nel capitale, nella democrazia, nei consumi, nella alienazione dei rapporti umani.
Ma quello che a me salta all’occhio, quello che si avverte in una cittadina piccola, ricca e razzista, quello che in prospettiva globale sembra un concetto astratto e lontano, colorato di barbe e turbanti - è invece la morsa del tempo presente, delle sue contraddizioni, che non si diluiscono nella visione del passato, a meno di non guardare il nostro, se ne diventeremo capaci.
E’ un discorso sul filo di ragnatela, perché ritorna e si intreccia lo yantra del problema dell’identità, e la domanda “chi sono io” ha soluzione nella risposta più umile e inclusiva. Avrebbe risposta anche interpellando la sporca memoria dei nostri nonni, costretti all’obbedienza di ordini criminali, autori materiali di crimini mai chiariti, che poi li portarono a sentirsi sconfitti o vincitori, a seconda del punto di vista. Un’identità umana - non negoziata con la storia - che manca, che abbiamo cancellato e che non ritroviamo, se non quella gelida delle leggi di mercato, della fascia di consumi, o nella persuasione di appartenere a un gruppo, o meglio a un branco. Non c’è un “io” che ri-conosce se stesso e l’altro, ma un io e altro cancellati dalla sola identità che ci garantisce l’incolumità fisica - dicono i miei concittadini - quella del lavoratore/consumatore, il cui livello e stile di vita è garanzia del vivere democratico e sicuro.

Il film di Iyer è perciò figlio della lezione dei grandi maestri moderni, di Ramakrishna, di Vivekananda, della volontà di ristabilire il sentimento mistico della tradizione indiana nella sua purezza e imprendibilità alle logiche occidentali, pur nella possibilità di confronto per mezzo dello spirito. Shankara non è mera materia di astrazione e di contrapposizione intellettuale, è il Guru, l’Acharya, colui che ebbe la volontà e la lucidità di compiere la sintesi perfetta - e perciò universale - della dottrina dei Veda. Egli stesso è quella unità, di spirito, logica, sentimento, fratellanza.




